La pillola dell’Isis: l’orrore raccontato dalle vittime


Gli jihadisti violentano le donne “infedeli”, ma un’arcaica tradizione le rende intoccabili durante la gravidanza. L’atroce soluzione? Imporre la contraccezione


YazidiSoldierI miliziani dello Stato Islamico hanno paura delle donne. La notizia aveva già fatto il giro del mondo quando la Cnn aveva intervistato una guerrigliera curda e lei aveva dichiarato: «Loro credono che se siamo noi donne a ucciderli non andranno in Paradiso. Ci temono». In quel caso era emerso che gli jihadisti non erano pronti a fronteggiare le donne in battaglia. Ma non è soltanto la vita dopo la morte a spaventare i miliziani del terrore. In un recente articolo pubblicato sul New York Times dalla giornalista Rukmini Callimachi appare un altro dettaglio inquietante. Per l’inchiesta sono state intervistate ventuno donne yazide, una minoranza etnica che abita nel nord dell’Iraq, scappate dal Califfato. Quasi tutte sarebbero state costrette a assumere farmaci anticoncezionali. Il dato sarebbe confermato anche dalla bassa incidenza di gravidanze registrata dai funzionari della sanità del Kurdistan iracheno, zona al confine dove approdano molte delle ragazze che riescono a scappare. Anche Human Rights Watch lo conferma.

Non è un mistero che lo Stato Islamico abbia reintrodotto la schiavitù sessuale e che l’abbia anche motivata in un articolo pubblicato sulla rivista ufficiale del Califfato Dabiq. Una donna può essere violentata più e più volte, solo se correttamente acquistata (con tanto di contratto) da uno dei jihadisti. La violenza è vista come un atto di fede, un riavvicinamento a Dio, ovviamente solo se questa donna è considerata “infedele”, non musulmana in altre parole. Ma non sono queste le uniche regole. L’uso degli anticoncezionali sembra stridere con la scarsa considerazione del corpo femminile che questa gente dimostra, ma si spiegherebbe ancora una volta con la paura, insita in una mentalità in cui il rapporto sessuale è sempre e comunque visto come un peccato. Ecco così che se una donna è incinta diventa  automaticamente intoccabile, non tanto per remore morali ma per un’usanza arcaica: sarebbe poi difficile sapere chi sia il padre del nascituro.

Yazide
Yazide

Le ragazze intervistate, anche da associazioni come Amnesty International, hanno raccontato di essere state accompagnate spesso in ospedale a fare test delle urine per individuare eventuali gravidanze, generalmente prima di essere vendute a un altro uomo. La pratica, benché non riconosciuta né confermata dagli studiosi di Islam, sarebbe tratta dal Corano come interpretazione più estensiva della legge, che originariamente prescriveva l’astinenza nei casi dubbi. Un altro dettaglio è  emerso dalle interviste.

Le donne hanno confermato come il trattamento sia stato diverso da quello riservato alle altre prigioniere. L’unico modo per uscire dalla condizione di schiava sessuale per una ragazza yazida è l’emancipazione: l’uomo che le possiede le può liberare se lo ritiene giusto. Le altre “Sabaya” (così sono chiamate le schiave sessuali) cristiane o ebree, si legge sempre su Dabiq, possono essere liberate se la famiglia decide di pagare un riscatto. La differenza ci riporta alla paura, che ancora una volta viene dalla religione. Quella yazida prevede alcuni dei dettami dell’Islam, ma include anche elementi dello Zoroastrismo e del Crisitianesimo. In particolare è la divinità chiamata Melek Taus, un angelo dalle connotazioni positive, a essere considerata fin dal sedicesimo secolo dai musulmani come l’incarnazione di Satana. Che sia la paura del diavolo, o quella del Paradiso precluso, o di tradire un’arcaica tradizione, lo Stato Islamico dimostra ancora una volta i limiti della religiosità portata all’eccesso. In un fondamentalismo brutale che non manca di ritorcersi contro anche coloro lo teorizzano.