Omicidio Varani: le vite normali di Foffo e Prato


Roma, il delitto di via Giordani: emergono nuovi particolari sulle biografie dei due presunti assassini. Un viaggio in due storie comuni, specchio di una generazione in difficoltà


Marc Prato, uno dei due presunti assassini
Marco Prato, uno dei due presunti assassini

L’ omicidio di Luca Varani continua a far discutere, a sconvolgere e a inquietare la Capitale, che si ritrova al centro della cronaca nera nazionale. La Procura di Roma contesta a Manuel Foffo e Marco Prato il reato di omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà, dalle sevizie e dai futili motivi.

Più si scava in questa storia e più emerge un filo rosso: il male di vivere di tanti giovani benestanti che hanno tutto a livello materiale, ma sono moralmente poveri.

Valter Foffo, padre di Manuel (proprietario della casa degli orrori e uno dei due assassini) e noto ristoratore dalla Capitale, descrive il figlio come un ragazzo timido, che aveva tardato a laurearsi e che aveva frequentato in passato giri poco graditi alla famiglia. Ha detto, parlando di quanto è successo venerdì: «Voglio credere che sia stata la droga a mandarlo fuori di testa, altrimenti cosa dovrei pensare, di aver generato un mostro?». 

Nel passato (recente) di Manuel c’è il vizio della cocaina e dell’alcool. «Solo qualche tirata ogni tanto, ora ha smesso»,  dicono i conoscenti. Un anno e mezzo fa era andato a sbattere con la macchina contro un cassonetto e la patente gli era stata ritirata. Stava compiendo un percorso di riabilitazione per riottenerla con periodici test per rilevare la presenza di alcol e droga nel sangue: tutti superati.

Manuel ha descritto con superficialità, in procura, il suo rapporto con le ragazze: «Mi vedo spesso con una ragazza, ma con tutte quelle con cui sono stato non sono mai andato oltre il sesso. Anche io, però, posso innamorarmi». Tra gli affetti più cari oltre al padre e allo zio, scomparso negli ultimi giorni, anche la madre che viveva al piano di sotto, affetta da depressione in seguito alla separazione dal marito: Manuel le faceva spesso visita, portandole anche la spesa a casa, riferiscono i vicini.

Non molto diversa la storia di Marco Prato, l’altro presunto assassino.

Figlio di Ledo Prato, nome noto nel panorama culturale romano, laureato in Scienze Politiche e in possesso di un master in marketing conseguito a Parigi (la madre è francese). Non condivisa in famiglia la scelta di fare il pr e di occuparsi dell’organizzazione di eventi notturni a Roma, racconta un’amica: «Ma non potevano farci niente, Marco era deciso». E aggiunge, riferendosi al coming out di Prato: «Era un ragazzo timido, complessato per il suo fisico. Era grassottello, piccolo. Poi quando ha smesso di fingere di essere eterosessuale si è trasformato, è diventato un fico. Flavia Vento? Una fidanzata di copertura, niente più». Su Facebook promuoveva le sue serate così “Bella musica + buon cibo + cocktail rinfrescanti + tanti amici + spettacoli e divertimento”. Emerge una distanza siderale con lo stile di vita del padre, segretario dell’associazione Mecenate ’90 e coordinatore dei progetti di restauro del Palaexpò a Roma e del Palazzo Ducale a Genova. La stessa amicizia tra Foffo e Prato era recente e non poggiava su basi solide: si erano conosciuti poco prima di Capodanno.

Al momento non emergono nuove motivazioni per il folle gesto: rimangono le scioccanti parole dei presunti assassini «lo abbiamo fatto per noia», «volevamo vedere l’effetto che faceva». Quello che sciocca più di tutto, però, resta la vuotezza e l’assenza di valori che emergono dalle vite di tanti giovani di oggi.

Il raggiungimento del successo sociale a tutti i costi sembra il loro unico mantra, il voler apparire la loro filosofia di vita.