Verdini il facilitatore: il macellaio che ricompone i pezzi


Dagli esordi nel Partito Repubblicano alla nuova veste di padre costituzionale, dalla fedeltà a Berlusconi alla stesura del Patto del Nazareno: ritratto di un ex garzone diventato commercialista e garante degli equilibri parlamentari


Verdini, Renzi non nostro leader ma guardiamo a luiLa tentazione sarebbe quella di passare direttamente al capitolo “guai giudiziari”. Sono talmente tante, e talmente complesse, le vicende con rilevanza penale in cui è coinvolto Denis Verdini, che viene da chiedersi se sia possibile raccontare la sua storia se non partendo dalle inchieste e dai procedimenti a suo carico. Ma partire da altro si deve, soprattutto se si vuole provare a capire uno dei tratti caratteristici dell’ex macellaio nato nel 1951 a Fivizzano (8000 abitanti in provincia di Massa Carrara) e divenuto ago della bilancia del Parlamento italiano: la resilienza. E’ la capacità di resistere ai traumi e agli shock, di sopravvivere ai cambi di stagione e di ere politiche. Qualcuno penserà all’araba fenice, qualcuno al giunco che s’abbassa quando passa la piena. Qualcun altro, meno romanticamente, al trasformismo gattopardesco di chi capisce su quale carro salire un attimo prima che sia troppo tardi. Sta di fatto che Verdini è ancora lì, alchimista degli equilibri precari, regista degli accordi segreti che «puzzano di massoneria», garante delle riforme costituzionali. «Ubiquo ai casi», come il commissario Ingravallo del Pasticciaccio, «onnipresente su gli affari tenebrosi» della politica italiana degli ultimi vent’anni.

La sua fine è stata prevista, e prematuramente celebrata, più d’una volta. L’8 dicembre del 2010, nei giorni in cui Berlusconi annaspa alla ricerca di un improbabile voto di fiducia alla Camera, Gad Lerner scrive che Verdini «incarna così platealmente la fase terminale del ciclo berlusconiano, da risultarne una metafora esemplare». La settimana successiva, a Montecitorio finisce 314 a 311 per il Cavaliere. Che esulta, e ringrazia il fido Denis per aver mosso le pedine che doveva muovere con tempismo impeccabile. Raccattare i voti giusti al momento giusto: è un’aura di inquietante infallibilità, quella che Verdini ha saputo costruire, negli anni, intorno alla sua figura. Aura che sembra vacillare nell’ottobre del 2013, quando i conti li sbaglia in una delle fasi più delicate della storia politica di Berlusconi. Alfano decide di rompere col Pdl, e Verdini assicura che con l’Angelino «senza quid» se ne andrà via solo una sparuta pattuglia di transfughi. E invece no: i «traditori» sono parecchi, e garantiscono la sopravvivenza dell’agonizzante governo Letta. Chi in quelle ore gli è vicino, a Verdini, confessa che per la prima volta l’uomo inscalfibile piange in pubblico. È tramortito. Ma mancano appena due mesi alla vittoria di Renzi alle primarie del Pd: e le bozze del Patto del Nazareno forse sono già pronte.

Qui parte un altro capitolo del racconto: quello che parla della vicinanza tra il giovane rottamatore e l’anziano manovratore. Flashback: bisogna tornare indietro, alla metà degli anni ’90. Verdini, ex garzone di bottega in una macelleria di Campi Bisenzio, laureatosi dottore in scienze politiche e divenuto poi un avviato commercialista, è un politico rampante. Da vecchio militante del Partito Repubblicano, (la sua prima moglie faceva parte della segreteria di Spadolini), ora tenta la fortuna nella «seconda repubblica» nelle liste di Mario Segni. Al credo di Forza Italia si converte invece più tardi, nel 1995. Ma all’epoca, Denis Verdini è soprattutto un editore: finanzia fogli locali, distribuiti un po’ in tutta la Toscana. Chi ha lavorato per lui, al «Giornale della Toscana» fondato nel ‘98, giura di non aver mai subito la minima ingerenza da quell’editore «low profile», che non amava affatto il protagonismo mediatico. «Liberale Verdini lo era davvero. In un giornale di centrodestra, la redazione era composta perlopiù da gente di sinistra». Liberale, certo, ma forse già trasversale. A consegnare alle edicole i quotidiani verdiniani è il padre di un giovane politico fiorentino, spavaldo presidente della Provincia: si chiama Tiziano Renzi (il padre) e gestisce una società di distribuzione e marketing. Il figlio, invece, che si chiama Matteo, viene invitato nella cena di gala per festeggiare i dieci anni del «Giornale della Toscana», e viene accolto con una benevolenza sospetta, per uno che teoricamente starebbe dall’altra parte della barricata rispetto ai lettori del quotidiano.

L’attività di editore di Verdini finisce – o meglio: fallisce – di lì a pochi anni: nel 2012, con tanto di successiva accusa di bancarotta fraudolenta. Ma ormai Denis è un politico a tempo pieno (se si escludono le ore passate con gli amici della «cricca» e in ambigue conventicole, ovviamente: ma di questo diremo tra poco). Il giovane Renzi, all’inizio del 2009 vince le primarie per il candidato sindaco di Firenze, e a decidere di opporgli l’avversario perfetto è proprio Verdini. Quell’avversario è Giovanni Galli, l’ex portiere di Fiorentina e Milan,  ed è perfetto perché appare debolissimo, soprattutto in virtù di una campagna elettorale condotta senza un effettivo sostegno del centrodestra. Prime avvisaglie di Nazareno sulle sponde dell’Arno? Dopo tutto era stato sempre Verdini, nel 2005, a presentare Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, in un incontro fortuito avvenuto nel palazzo della Provincia: «Questo giovane non è dei nostri, ma è bravo».

Nel partito di Berlusconi, intanto, il peso di Verdini aumenta sempre di più. Sono lontani i giorni in cui Denis si ingegnava inutilmente per far vincere Giuliano Ferrara nel Mugello, collegio in cui invece trionfò Antonio Di Pietro (anno 1997). Ora Verdini, che vanta un eccellente curriculum di studioso di storia economica, è coordinatore nazionale del Pdl, ed è lui a gestire la fusione di Forza Italia con An. Il tutto, restando sempre nell’ombra. Lasciando presagire il suo potere – l’uomo è narciso, indubitabilmente – ma senza mai ostentarlo in modo plateale. Sul motivo dell’addio a Berlusconi si è detto molto. Si è detto che Verdini non sopportava il «cerchio magico» in cui il Cavaliere si era lasciato ingabbiare; si è detto che Verdini abbia fatto di tutto per convincere il capo ad accettare la nomina di Mattarella, nonostante il voltafaccia in extremis di Renzi. Ma forse il punto è che Verdini ha fiutato l’aria, ha capito che conviene sostenere quello nuovo, di capo.

Sperando, ma questo lo sussurrano i maligni, che dal nuovo nuovo accordo possa arrivare qualche garanzia di impunità. Perché i processi che attendono Verdini sono tanti. Non siamo voluti partire da lì, ma lì non si può fare a meno di arrivare. Andiamo in ordine sparso? Un’accusa di truffa ai danni dello stato per essersi accaparrato indebitamente dei fondi pubblici per l’editoria; un rinvio a giudizio per illecito e truffa aggravata per una torbida operazione di compravendita immobiliare nel centro di Roma; un altro rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta, fattaccio legato alla sua banca, il Credito cooperativo fiorentino; il coinvolgimento negli affari della «cricca», il «sistema gelatinoso» che ha pilotato gli appalti per la realizzazione del G8 del 2009 e della Scuola dei Marescialli a Firenze. E poi c’è il sospetto, che Verdini smentisce sempre ironizzando su chi lo fomenta, dei suoi legami con la massoneria. Anche su questo indaga la magistratura: è il «caso P3», e ha a che fare con delle riunioni più o meno segrete in cui si discuteva di appalti e dossier riservati: qualcuno ci ha visto una loggia, ma per Verdini erano innocenti pranzi tra amici. Gli amici erano, tra gli altri, il faccendiere Flavio Carboni e Marcello Dell’Utri. Amicizie in fondo mai rinnegate: «Dell’Utri? Per me è un punto di riferimento», ha ribadito Verdini pochi mesi fa. Scherzando sempre sulla natura innocente di quegli incontri: «Ma quale massone? Io sono un facilitatore: risolvo problemi». Nella speranza che qualcuno, all’occorrenza, risolva i suoi.