Caso Regeni, ci mancava un inutile spot


Slittano i risultati dell’autopsia, c’è imbarazzo per la scarsa collaborazione giunta dal Cairo. E intanto fa discutere la pubblicità della Wind che «banalizza la tortura»


Uno dei sit-in a Roma in cui si chiede verità sulla morte dello studente italiano
Uno dei sit-in a Roma in cui si chiede verità sulla morte dello studente italiano

I risultati completi dell’autopsia effettuata a Roma slittano alla settimana prossima. E quando si potrà avere la verità sulla morte di Giulio Regeni?  Italia ed Egitto sono sempre più lontani. Da un lato l’inchiesta condotta da Sergio Colaiocco, pubblico ministero romano. Dall’altro le confuse ricostruzioni degli investigatori egiziani, le omissioni e i depistaggi. Nulla sembra emergere dal materiale in possesso delle autorità del Cairo, nulla dai tabulati telefonici del cellulare del ragazzo o dalle telecamere presenti nei dintorni del suo appartamento. Il pool di investigatori italiani presenti nella capitale egiziana non è riuscito a ottenere né i verbali, né i risultati della prima autopsia. A nulla sono valse le pressioni politiche effettuate da Paolo Gentiloni. Resta solo un notevole imbarazzo per la scarsa collaborazione ricevuta, tanto che alcune forze politiche spingono per il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto.

Spazzate via le teorie più disparate, dalla vendetta personale all’omicidio stradale, Giulio Regeni è stato ucciso per la sua attività di ricerca, per quello scardinare nel mondo sindacale autonomo, oppositore del regime del presidente Al Sisi. «Mi hanno fotografato, credo di essere stato schedato» confidava il ragazzo italiano a un amico nel dicembre scorso, dopo aver preso parte all’assemblea sindacale degli ambulanti. Quanto emerso da una mail presente sul computer del collaboratore de “Il Manifesto”  è ora in mano agli investigatori italiani e non lascia spazio a interpretazioni. Resta da capire chi si fosse messo sulle sue tracce e perché il ventottenne di Fiumicello fosse diventato “scomodo”.

Nel frattempo va avanti la campagna promossa da Amnesty International per far emergere la verità su questa triste vicenda. E a far discutere è una pubblicità. I genitori del ragazzo, attraverso il loro avvocato, si sono uniti all’organizzazione internazionale che difende i diritti umani per richiedere alla compagnia telefonica Wind il ritiro di uno spot televisivo. Che è stato prontamente rimosso, anche da Facebook e YouTube. Il riferimento è allo sketch in cui Giorgio Panariello è legato ad una sedia, finendo per rivelare dettagli sul suo piano telefonico pur di non essere torturato. «Banalizza la tortura, offende la memoria di Giulio Regeni», ha spiegato Amnesty. Obiezione sacrosanta e richiesta accolta.