Omicidio Regeni, un mese di depistaggi


Dal Cairo arriva la quinta versione sull’omicidio: il ricercatore sarebbe stato ucciso per «vendetta personale». Gentiloni e la famiglia: «Pretendiamo la verità». Oggi alle 14, a Roma, sit-in davanti all’ambasciata d’Egitto


Giulio Regeni
Giulio Regeni

Giulio Regeni sarebbe stato ucciso per «vendetta,  per motivi personali». È la quinta versione sull’omicidio del ricercatore friulano tirata fuori dal ministro dell’Interno egiziano, che ha causato la reazione indignata del nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Pretendiamo e continueremo a pretendere la verità». E l’avvocato della famiglia di Giulio ha detto: «Contrasteremo ogni depistaggio». Ma, a un mese dalla scomparsa, la speranza di trovare la verità sul suo omicidio sembra sempre più lontana. Il ventottenne ricercatore friulano era scomparso al Cairo il 25 gennaio, il suo corpo era stato trovato il 3 febbraio, su un cavalcavia dell’autostrada tra la capitale dell’Egitto e Alessandria. Un corpo che parlava: Giulio presentava segni di tortura, e l’autopsia italiana aveva smentito presto la prima versione delle autorità egiziane, quella di un incidente stradale.

L’autopsia eseguita in Italia dimostrava che Giulio era stato seviziato a lungo, e ucciso da una lesione alla vertebra cervicale. Un copione dell’orrore caratteristico delle polizie “segrete”. Secondo l’ipotesi più probabile, sarebbe stato inflitto al giovane da squadroni della morte dell’apparato politico egiziano, che lo avrebbero sequestrato la sera del 25 gennaio, considerandolo una spia. Giulio, ricercatore universitario, era vicino agli ambienti di opposizione al regime del presidente Al Sisi, collaborava con uno pseudonimo con “Il Manifesto”. La sera in cui scomparve al Cairo, nell’anniversario dei tumulti di piazza Tahrir, doveva incontrare, oltre a un amico, un “ideologo del dissenso”, Hassamein Kashek. Giulio sarebbe stato torturato per estorcergli informazioni sui movimenti di opposizione con cui collaborava.

Tra i tanti elementi che convalidano la tesi dell’omicidio politico, il fatto che l’American University del Cairo, dove il giovane era ricercatore, è da tempo oggetto dell’attenzione del Mukhabarat, il Servizio segreto egiziano che fa capo al Ministero dell’Interno, un apparato chiave del governo di Al Sisi.

Regeni aveva partecipato l’11 dicembre all’assemblea di un sindacato egiziano, e il 14 gennaio aveva pubblicato sotto pseudonimo, sull’agenzia di notizie Nena News, un articolo molto critico nei confronti del regime di Al Sisi: annunciava con favore un’ondata di scioperi e stigmatizzava la decisione del governo di regolamentare in modo più restrittivo l’azione dei sindacati. Durante l’assemblea sindacale, Giulio, unico occidentale presente, notò di essere stato spiato e fotografato da uno sconosciuto, e secondo gli amici «era molto impaurito».

A fronte di tutti i dati che comprovano un omicidio politico, la nuova “pista” arrivata dalla procura egiziana, dopo quella dell’incidente stradale, del festino gay, della rapina e dell’omicidio da parte dei Fratelli Musulmani, fa apparire sempre più invalicabile il muro di silenzio e inganni alzato dal governo egiziano. E sempre più flebili le speranze di arrivare a una condanna dei responsabili. Gentiloni ha ribadito che «non ci accontenteremo di verità di comodo, né di piste improbabili come quella evocata dal Cairo», e che «gli investigatori italiani devono avere accesso ai documenti sonori e filmati, ai reperti medici e agli atti del processo». Fin qui tutto questo si scontra con la realtà di un Paese dove il presidente Al Sisi parla di un «complotto in corso per destabilizzarci» e «giura su Dio di rimuovere dalla faccia della terra chiunque voglia danneggiare la nostra nazione».

Oggi alle 14, ci sarà un sit-in a Roma di fronte all’ambasciata d’Egitto in ricordo di Giulio. Per fare pressioni sul Paese. E per chiedere, ancora una volta, la verità.