Cantone lo smacchiatore, sedotto e abbandonato da Renzi


Il capo dell’Autorità nazionale anticorruzione lamenta limiti di spesa: gli impediscono di lavorare come dovrebbe. La parabola del supermagistrato chiamato a risolvere i mali dell’Italia


Il primo a non capire fu proprio lui, Raffaele Cantone.  Il primo a non comprendere, almeno in principio, cosa fosse esattamente l’Autorità nazionale anticorruzione fu l’uomo scelto per dirigerla. Tanto che, quando sentì per la prima volta il suo nome associato a questo nuovo istituto, s’affrettò a inviare un sms al presidente del consiglio: «Scusa, ma di che si tratta?». Il presidente del consiglio in questione era Matteo Renzi, che solo da poche settimane aveva disarcionato Enrico Letta, e dalla poltrona di Fabio Fazio, il 9 marzo 2014, annunciò perentorio: «Raffaele Cantone sarà il capo dell’autorità contro la corruzione».

Gli scandali legati a mazzette e appalti truccati erano, tanto per cambiare, all’ordine del giorno. Ma era soprattutto uno il tema scottante: L’Expo di Milano, l’evento su cui l’Italia puntava enormemente, ma che allora sembrava sul punto di fallire prima ancora di essere inaugurato. Il motivo fondamentale? La corruzione, appunto. Ogni settimana un nuovo cantiere veniva bloccato dai magistrati, le interdittive antimafia continuavano a fioccare e tutto procedeva terribilmente a rilento. Cantone impiegò poco a capire quale fosse il suo ruolo: bonificare i terreni dell’Expo dal malaffare e dalle infiltrazioni della criminalità, ma al contempo fare in modo che il motore della fiera continuasse a girare.

cantone1Nel giro di pochi mesi, sulla scrivania di Cantone si riversa una mole sterminata di dossier. A maggio l’inchiesta della procura di Milano dispone l’arresto di vari politici e tecnici coinvolti nell’assegnazione degli appalti di Expo: tra loro Primo Greganti e Ginastefano Frigerio, vecchie glorie di Mani Pulite che col carrozzone dell’esposizione universale speravano di fare nuovi affari. A giungo, arriva il terremoto del Mose e il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, ricettacolo di malaffare veneto per oltre due decenni. E poi il Giubileo di Roma, e poi l’arbitrato per i risarcimenti ai correntisti truffati dalle banche popolari fallite: tutto ciò che puzza di corruzione, tutto ciò che per il governo Renzi rappresenta una grana, viene affidata, in un modo o nell’altro, alle cure di Cantone.

Cantone ubiquo, Cantone miracoloso, Cantone risolve problemi. C’è chi comincia a sospettare che la sua funzione sia insomma anche un’altra: eliminare la corruzione reale, certo; ma se ciò non fosse possibile, ridurre perlomeno quella percepita.

A febbraio 2015 la Direzione Nazionale Antimafia denuncia la presenza di 32 imprese legate alla ‘ndrnagheta nei canteri di Expo? Ma c’è Cantone, che ha elaborato nuovi metodi per il contrasto alle mafie affamate d’appalti. A una settimana dall’apertura dei tornelli dell’esposizione universale i giornali parlano di tre cantieri su quattro ancora incompleti o privi di collaudo? Ma c’è Cantone,e a Rho si lavora 24 ore su 24. Il Giubileo straordinario sembra un invito a nozze per i superstiti di Mafia Capitale? Ma c’è Cantone, il supermagistrato che ha fatto la guerra ai Casalesi, e qualcosa s’inventerà.

E poi c’è ancora un altro ruolo di Cantone, più politico. Un ruolo che forse interpreta inconsapevolmente, ritrovandosi in un gioco più grande di lui. Un esempio su tutti? Aprile 2015: la Corte Europea condanna l’Italia per tortura, in riferimento alla macelleria messicana della Diaz di Genova. Sono in tanti a chiedere le dimissioni di Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, da neoeletto presidente di Finmeccanica. Renzi arranca nel frenare le contestazioni; lo stesso Orfini definisce «vergognoso» che uno come De Gennaro ricopra un simile incarico. Ma all’improvviso, tutto si risolve: «Gianni De Gennaro è stato indagato e assolto. L’assoluzione conta pure qualcosa, quindi non può pagare le responsabilità complessive di una macchina intera». Parola di Cantone, fine delle polemiche.

Nel tempo, lo stesso magistrato campano deve accorgersi dell’ambiguità del suo ruolo. Forse che la sua nomina non sia soltanto finalizzata a combattere la corruzione? Chi lo segue da vicino, lascia trapelare che i rapporti con Renzi, idilliaci all’inizio, si vanno raffreddando parecchio. Lo scetticismo che Cantone dimostra pubblicamente su alcune disposizioni contenute nell’ultima Finanziaria viene letto come una prima, timida ma significativa, rottura.

Si arriva così alle proteste di oggi. Cantone lamenta mancanza di fondi: nel 2015 l’Anac (la “sua” Agenzia nazionale anti corruzione) ha subito tagli per il 25% del proprio budget. I soldi in cassa ci sarebbero: quasi 50 milioni. Ma Cantone non può spenderli, perché deve attenersi ai limiti fissati dalla spending review: e così sono bloccate pure le assunzioni. L’organico ideale, per fare funzionare l’Authority, sarebbe di 350 impiegati: ce ne sono 302. Pazienza.

Per quanto i paragoni tra personaggi lontani nel tempo siano sempre sciocchi – e questo, oltreché sciocco, potrebbe apparire perfino macabro – il Raffaele Cantone di oggi ricorda un po’ il Carlo Alberto Dalla Chiesa spedito a Palermo, a inizio anni ’80, a sconfiggere la Mafia, ma lasciato da solo a combattere contro i mulini a vento, senza poteri né sostegni adeguati. Poteri e sostegni che Dalla Chiesa reclamava a gran voce, nella storica intervista rilasciata a Giorgio Bocca, nell’agosto del 1982. Poteri e sostegni senza i quali, spiegava il superprefetto che aveva sconfitto il terrorismo, «non si potranno attendere sviluppi positivi». Auguriamo a Cantone una sorte diversissima da quella di Dalla Chiesa, ovviamente. Lo auguriamo a lui, e un po’ in fondo anche a noi.