«In Siria hanno dichiarato guerra anche agli ospedali»


La denuncia di Medici Senza Frontiere: «Nascondiamo le strutture per non essere attaccati, nessun rispetto per la convenzione di Ginevra»


Federica Nogarotto, lei è responsabile del dipartimento di supporto alle operazioni  di Medici Senza Frontiere. Quello di lunedì scorso a Idlib è stato un attacco alla sanità?

«Una delle nostre strutture sanitarie è stata attaccata con quattro missili lanciati a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro. Ha causato 15 morti di cui 5 pazienti, un familiare, diverso staff Msf. Oltre all’ospedale, sono state colpite alcune case nella zona attorno che è densamente popolata. Nell’arco della stessa giornata, nel distretto di Azaz, sono stati distrutti altri due ospedali, non supportati da Msf. Ospitavano soprattutto reparti materno-infantili. Se, a prescindere, un ospedale dovrebbe essere protetto anche in una situazione di guerra, questa volta sono andati ad attaccare addirittura un centro dove si trovavano semplicemente donne e bambini. È un attacco alla sanità, al diritto umano in generale, alle convenzioni di Ginevra. È una cosa che sta accadendo troppo frequentemente».

 

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Ospedale distrutto

 

 

Finora si è sempre parlato di errori riguardo agli attacchi in Yemen o Afghanistan. Quanto è credibile?

«Non sempre sono stati dichiarati come errori. La situazione cambia da Paese a Paese. In Afghanistan il nostro ospedale era ben riconoscibile e segnalato, avevamo dato le coordinate. In genere, tutti sanno dove sono le nostre strutture sanitarie, è difficile capire come sia possibile commettere certi errori».

In Siria avevate fatto la stessa cosa? 

«Noi apriamo il dialogo con tutte le parti in causa: i governi, le associazioni, gli apparati militari. Questo non solo in Siria, anche in Yemen e in Afghanistan. Di solito diamo le coordinate gps delle nostre strutture ospedaliere e delle case dove alloggia il nostro staff. In Siria, dopo un rapimento subito l’anno scorso, il nostro personale internazionale si trova solo nella parte curda, per il resto lavoriamo con lo staff locale. Il nostro compito consiste nel fornire appoggio agli ospedali siriani anche dal punto di vista materiale».

Che significa concretamente?

«Dobbiamo lasciare a loro la decisione se segnalare o meno le strutture sanitarie, diamo ai direttori degli ospedali la facoltà di decidere se identificarsi o meno. Visto che ultimamente colpire le strutture ospedaliere è una tecnica di guerra, molto spesso loro stessi decidono di non essere identificati. Non credo che l’ospedale bombardato lunedì mattina fosse identificato».

E dei due ospedali colpiti nel pomeriggio di lunedì?

«Almeno per uno erano state fornite le coordinate».

In che condizioni lavorate?

«Con la paura di essere attaccati in qualsiasi momento. Per questo si scelgono posti nascosti per le strutture in cui si svolgono attività mediche. Per posti nascosti intendo: un garage, uno scantinato, una ex fabbrica. I centri vengono spostati continuamente. Ci sono anche strutture più grosse, come l’ospedale colpito lunedì mattina, che in realtà si trovava in una zona più tranquilla e disponeva di due sale operatorie, un ambulatorio, 30 posti letto. Era un ospedale vero e proprio».

Non tutti sono così?

«Le strutture di Msf in Siria, di solito, non sono ospedali veri e propri. É stato risistemato anche un ex pollaio. Al momento siamo presenti in 152 strutture, immaginate quali sono le condizioni di lavoro del personale. Non ci fermeremo, anzi, continueremo ad aumentare la nostra presenza e il nostro impegno. Quella colpita lunedì mattina era totalmente sostenuta da Msf. Era stata ricostruita in dicembre ed è stata distrutta».

Da dove arrivano medicinali e strumenti chirurgici?

«Abbiamo dei contatti sia dalla Turchia sia dalla Giordania».

Avete fiducia negli accordi di Monaco?

«Dopo gli attacchi di lunedì, non credo serva rispondere a questa domanda».