Primarie in New Hampshire: Hillary crolla, Sanders vola


Seconda tappa nella corsa alla nomination per la Casa Bianca: giochi aperti, ma prime indicazioni. Trump resiste e ringrazia «mamma e papà»


Il primo pensiero a mamma e papà. Hanno cominciato il “discorso della vittoria” nello stesso modo – ringraziando i propri genitori – Donald Trump e Bernie Sanders, dopo il risultato nelle primarie in New Hampshire. Scatenato come sempre, il volto paonazzo, la moglie Melania e la figlia Ivanka al suo fianco, il magnate dell’immobiliare newyorkese ha arringato il suo pubblico e ha promesso: «Sarò il più grande Presidente del Lavoro che Dio abbia mai creato». Ha proseguito contestando i dati ufficiali sulla disoccupazione, e ha opposto i propri, come al solito difficilmente verificabili, che la vedrebbero addirittura al 42 %: «Batteremo la Cina, batteremo, il Giappone, batteremo il Messico. Tutti quei paesi che ci portano via soldi ogni giorno. Riporteremo l’America a essere grande e lo faremo alla vecchia maniera». Il candidato populista, alfiere dell’anti-politica, porta a casa un 35% tra i repubblicani del “granite state”. Il piccolo stato del nord est, a maggioranza bianca e storicamente progressista, esce dalle primarie con un risultato che suona come un grido di protesta da parte di una classe media in crisi e in fondo delusa e insoddisfatta dagli otto anni di amministrazione Obama. Ma se la vittoria di “the Donald” non ha smentito i pronostici della vigilia, il trionfo a sorpresa di Bernie Sanders simboleggia il cambiamento profondo degli umori dell’elettorato americano. Il vecchio senatore del Vermont si presenta sempre di più come il candidato “anti-establishment”, ostile ai grandi poteri di Wall Street e fautore di un programma ai limiti del socialismo. E vince, soprattutto tra i giovani.

 

Hillary Clinton, che invece a quell’establishment è percepita come molto vicina, non è riuscita a intercettare il voto femminile, nonostante l’appoggio arrivato da molte donne politiche di spicco, come Madelaine Albright e da leader storiche del femminismo come Gloria Steinem. La candidata della “royal family” democratica ha preso atto della sconfitta con classe e ha dato appuntamento alle prossime due tappe delle primarie: Nevada e South Carolina. In questi due stati la Clinton conta di capitalizzare finalmente la sua popolarità tra le minoranze etniche, come afro americani e ispanici.

 

Diversa la situazione fra i rivali di Trump. In New Hampshire gli equilibri di forza emersi in Iowa si sono rivelati effimeri: John Kasich, governatore dell’Ohio, è arrivato secondo con il 16% dei voti. Marco Rubio, terzo nello Iowa e che puntava al secondo posto, si è piazzato solo quinto, dopo un disastroso dibattito televisivo, mentre si registra la parziale “rinascita” di Jeb Bush. Il calo di Ted Cruz, vincitore nello Iowa, era invece scontato: ultra-conservatori ed evangelici contano poco, nel New Hampshire progressista. La situazione in campo repubblicano è ancora fluida e questo preoccupa la dirigenza del Grand Old Party, sempre alla ricerca di un candidato moderato, che possa alla fine prevalere su Trump, considerato in fondo inadatto ad una corsa alla Casa Bianca. I giochi si riapriranno il 20 febbraio in South Carolina. Lì Jeb Bush spera finalmente di emergere e accreditarsi come l’oppositore più credibile del tycoon di New York, anche grazie all’appoggio del fratello George W. Ma un avvertimento arriva dal passato: tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno vinto le primarie in almeno uno stato tra Iowa e New Hampshire.