Al-Sisi, ma che presidente d’Egitto


Le circostanze della morte di Giulio Regeni stanno costringendo la comunità internazionale a rivedere gli accordi presi con il generale, salito al potere dopo il golpe 2013. La vicenda richiama alla memoria le storie di tanti altri dittatori, amati e poi ripudiati dalle nazioni occidentali


al sisiSaddam come Ben Ali. Suharto come Pinochet. La demonizzazione tardiva toccata a tutti questi capi di Stato, sta ora per travolgere anche Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto dal 2014. Il generale, protagonista del golpe egiziano del 2013, era stato presentato al mondo come la migliore tra le alternative a Mubarack e, soprattutto, come uno dei più fidati alleati contro lo Stato islamico in Nordafrica. Così, mentre l’Associated Press stilava un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Egitto, al-Sisi stringeva mani e accordi con tutti i leader delle nazioni che elargivano miliardi in aiuti militari all’Egitto.

Il 25 gennaio, insieme a Giulio Regeni, sono scomparse anche la fiducia e le certezze delle nazioni occidentali che, finora, avevano appoggiato il governo egiziani. La morte del ricercatore friulano ha obbligato la comunità internazionale ad aprire gli occhi. Le nazioni occidentali avevano deciso di distogliere lo sguardo e puntare l’attenzione sull’altra faccia di al-Sisi, quella a loro più utile: il presidente di una nazione, baluardo contro i militanti dello Stato islamico in avanzata in Libia. Ora, però c’è un corpo torturato che un tempo dava voce a uno studente che cercava di denunciare la violazione dei diritti fondamentali in Egitto. Questo corpo, al quale le varie autopsie chiedono ancora di parlare, ha costretto tutti a fissare anche l’altra faccia di al-Sisi, quella per tutti più scomoda: il presidente oppressore.

La comunità internazionale si indigna, l’Italia si affanna e gli Stati Uniti promettono di sollevare il caso. Tutto questo è lo schema di un copione già visto.

Secondo questo copione, le grida di sdegno e protesta contro uomini di potere, utili, nonostante le loro violazioni dei diritti fondamentali, alle nazioni occidentali, sono arrivate sempre in ritardo. Così, la parabola discendente che ha portato Saddam o Ben Ali dal rango di presidenti illuminati a quello di dittatori spietati, sta ora mutando le sorti anche di al-Sisi.

Il modernizzatore dello Stato iracheno, profumatamente finanziato nella guerra contro l’Iran si è repentinamente ritrovato con l’accusa di crimini contro l’umanità che gli è valsa il cappio al collo. I crimini erano stati commessi prima delle lodi e dei finanziamenti che arrivavano da ovest, ma forse, non era il caso che l’ovest se ne accorgesse. Più fortunato è stato il tunisino, golpista “medico”. Diventato presidente grazie alla collaborazione dell’Italia, riuscì a salvarsi dal cappio fuggendo in Arabia Saudita. Alla luce dei suoi successi economici e della sua politica filo-occidentale, nessuno osò bloccare Ben Ali intento a sopprimere i suoi oppositori e ad autoproclamarsi presidente a vita. I tunisini dovettero aspettare il 2011 prima che la comunità internazionale potesse iniziare a indignarsi.

Non dissimile è la storia di Suharto. Anche l’indonesiano arrivò alla carica di presidente grazie a un colpo di Stato orchestrato dall’Occidente che, per almeno dieci anni, preferì non soffermarsi troppo sulle epurazioni che colpivano il Parlamento.

I cileni, invece, dovettero subire le persecuzioni, le torture e le detenzioni arbitrarie di Pinochet per quasi nove anni, prima che Stati Uniti e Regno Unito riconoscessero la ferocia del suo regime.

Ora, si punta l’attenzione al Maghreb. Improvvisamente, dopo tante lodi e tanti finanziamenti, la comunità internazionale dubita della democraticità del governo di al-Sisi. Intanto, al novero dei torturati dai servizi segreti egiziani se ne è aggiunta una: Giulio Regeni.