Roma perde le sue librerie “storiche”: 50 chiusure in 4 anni


Sono oltre 100 nell’ultimo decennio. Fanucci, davanti al Senato, è l’ultima vittima. I librai chiedono una modifica della legge Levi, che tuteli le realtà più piccole. Intanto provano a fare rete con l’Italian book challenge


Libreria FanucciÈ arrivata all’ultima pagina. Fanucci, la storica libreria di fronte al Senato ha chiuso. Scomparirà la bella stampa in stile liberty accanto all’ingresso, le pagine scritte appese alle pareti verranno staccate. Si svuoteranno gli scaffali di narrativa e se ne andranno i colori dallo spazio riservato ai libri per bambini. Dovrà trovare una nuova sistemazione anche il bonsai custodito tra gli scaffali del reparto saggistica. «Le ragioni sono diverse, dal calo delle vendite di libri in Italia che pesa un gravoso 19%, ai costi che lievitano per ovvie ragioni». Non ha usato mezzi termini Sergio Fanucci, nel dare l’annuncio della chiusura. «Il piccolo spazio ha esaurito quella spinta che ha avuto in passato, costretto oggi a confrontarsi con realtà ben più grandi e polivalenti».

Da Remainders a Croce: 50 librerie chiuse negli ultimi 4 anni

La libreria, aperta nel 2004 davanti al Senato, non è che l’ultima in ordine di tempo ad aver abbassato la saracinesca. In principio fu Remainders, in piazza San Silvestro, famosa per i libri d’arte e la narrativa d’occasione. Serrande giù, dopo 66 anni di attività, anche per la libreria Croce di corso Vittorio Emanuele. Fondata nel 1945, sembrava una galleria d’arte più che un negozio di libri. Il proprietario, Remo Croce, lavorava fin da piccolo in mezzo agli scaffali di Bonacci. Si racconta servisse i clienti in punta di piedi su uno scatolone, per raggiungere il bancone troppo alto per un bambino. Negli anni Settanta la sua libreria divenne ritrovo privilegiato di artisti e scrittori. Alberto Moravia vi trascorreva delle ore. Poi nel 2011, la chiusura: 12 mila euro al mese di affitto e una crisi che non lascia scampo. La stessa sorte è toccata ad altri: Amore e psiche al Pantheon, Bibli a Trastevere, Feltrinelli in via del Babuino, Giunti in piazza Santi Apostoli, Herder a piazza Montecitorio. L’ultimo capitolo del libro è arrivato per Mondadori a fontana di Trevi, caffè libreria Flexi nel rione Monti, Messaggerie musicali in via del Corso e a piazza Venezia, Fandango Incontro in via dei Prefetti. Si calcola che negli ultimi quattro anni abbiano cessato l’attività circa 50 punti vendita. Oltre cento in dieci anni.

Nell’Italia che non legge, le piccole librerie si reinventano

Un mercato che non attira più, quello dei libri? Secondo le ultime stime dell’Istat, nel 2015 i lettori in Italia rappresentano il 42% per cento della popolazione. Nei dodici mesi precedenti alla rilevazione, circa 24 milioni di persone hanno letto almeno un libro per motivi non scolastici né professionali. Un dato stabile rispetto al 2014, ma in calo del 10% negli ultimi quattro anni. Eppure, se nell’elenco delle librerie chiuse spiccano i nomi dei grandi gruppi dell’editoria, sono le piccole realtà a soffrire di più la crisi del settore. «Da soli non contiamo niente, ma da qualche anno abbiamo cominciato a metterci in contatto. C’è una rete sotterranea di librerie indipendenti, sopravvissute potremmo dire, che ancora funzionano». Tredici anni fa Alessandro Alessandroni ha aperto Altroquando in via del Governo Vecchio, una “libreria artigianale”. Specializzata in cinema, ma con un forte gusto personale anche in fatto di narrativa e fotografia. Propone la sua selezione di volumi e birre alla spina tra locandine originali e scritte alle pareti. Anderquando, il pub sottostante, è aperto tutti i giorni fino all’una di notte per ospitare reading, mostre e musica. «La libreria dovrebbe essere un luogo di ritrovo. Oggi invece queste realtà indipendenti stanno scomparendo, portandosi dietro piccoli e medi editori».

Librai indipendenti contro la legge Levi: «Tetto allo sconto troppo alto»

Il vero nodo, secondo Alessandroni, è la legge Levi. In vigore dal 2011, è la prima normativa che ha cercato di regolare nel nostro Paese il tema del prezzo fisso e dello sconto massimo nel campo dell’editoria.  «Nella maggior parte dei Paesi europei, per il ruolo culturale e sociale che ricoprono, le librerie sono trattate come realtà non solamente commerciali», spiega Alessandro. In Francia il tetto massimo di sconto per la vendita al pubblico è fissato al 5 per cento. In Germania è pari a zero. Il limite ha avuto l’effetto di incrementare il mercato, abbassando il prezzo medio di copertina. «È normale: se gli editori sanno che venderanno i loro libri con gli sconti, prima di farli uscire alzano di una buona percentuale quello che sarebbe il “prezzo giusto”». Lo sconto aggira il prezzo imposto dall’editore, favorendo megastore e grande distribuzione organizzata a scapito delle piccole librerie. L’arrivo in Italia di Amazon, il colosso dell’e-commerce, ha spaventato però anche i grandi gruppi editoriali che si sono seduti al tavolo con tutti gli attori della filiera. Ne è nata la legge Levi, che stabilisce un tetto massimo di sconto del 15% e la possibilità “di realizzare campagne promozionali distinte tra loro, non reiterabili nel corso dell’anno solare e di durata non superiore a un mese”, con sconti non superiori al 25% del prezzo di copertina. Sconti che non tutti possono permettersi di praticare. Non le piccole librerie di quartiere, per le quali il 30% del prezzo corrisponde al loro margine totale. Le percentuali più alte compaiono sugli scaffali dei supermercati e delle librerie a maggior diffusione: più sono i punti vendita sul territorio nazionale, migliori le condizioni contrattuali strappate agli editori. Infine, ci sono le librerie di proprietà dello stesso gruppo che possiede la casa editrice e i distributori che dispongono di ampia libertà sui margini di profitto. Il risultato? I grandi gruppi e le catene almeno per ora sono al riparo da Amazon e fanno il loro sconto dal 15 al 25%, quando non si inventano manovre per aggirare la legge. I librai e gli editori indipendenti invece rimangono col cerino in mano».

Una gara tra lettori per rilanciare libri e affari

La pensano come Alessandroni molti altri librai, desiderosi di competere ad armi pari con i giganti dell’editoria e del web. Per protesta contro l’assenza di una legge che le tuteli, il 18 gennaio scorso le Librerie indipendenti riunite (Lir) di Roma e del Lazio sono rimaste chiuse. Accanto a chi incrocia le braccia, c’è però anche chi non si perde d’animo. Proponendo nuove iniziative per stimolare la lettura e rilanciare gli affari. È il caso dell’Italian Book Challenge, il campionato dei lettori indipendenti che prenderà il via venerdì 12 febbraio. Nato da un’idea della Libreria Volante di Lecco, la gara coinvolge per la prima volta i librai indipendenti di tutta Italia. Accanto alle romane Altroquando, Hop&Book e Libri&Bar, ci sono altre 33 librerie sparse su tutta la Penisola, dal Friuli alla Sicilia. Il gioco è semplice: i librai indipendenti consegnano una cartolina con 50 categorie ai lettori che devono scegliere un titolo per ciascuna di esse. Ogni nuovo libro vale un timbro sulla casella corrispondente, su cui sono appuntati titolo e data dell’acquisto. A giugno, ogni libreria eleggerà il vincitore locale, premiando chi ha raccolto più timbri sulla propria scheda. Infine, la prima domenica di dicembre chi avrà completato per primo le 50 categorie o avrà letto il numero più alto di libri in minor tempo sarà proclamato vincitore nazionale. Il primo classificato riceverà in premio un libro da ogni libreria aderente, secondo la lista dei desideri compilata all’inizio dell’anno.