Libia, tre ipotesi sul sequestro dei quattro italiani


Arrivano da Sicilia, Sardegna e Liguria gli operai rapiti. Intanto le Nazioni Unite lavorano per creare un governo di unità nazionale in Libia. Ma le milizie di Tripoli hanno rifiutato ogni forma d’intesa


''Freedom for Gino, Filippo, Salvo e Fausto''
Foto Ansa

“Freedom for Gino, Filippo, Salvo e Fausto”. È  il testo dello striscione, comparso fuori dallo stabilimento “Oil and Gas” di Wafa, nell’ovest della Libia, vicino al confine con l’Algeria. Ad appenderlo e a fotografarlo sono stati alcuni colleghi dei quattro italiani (dipendenti della società Bonatti di Parma), rapiti nella notte tra il 19 e il 20 luglio, nella zona di Mellitah, a 60 km da Tripoli.

La Farnesina, che si è subito attivata lavorando con l’intelligence, mantiene il massimo riserbo sul caso, ma già in queste ore stanno emergendo nuovi particolari sull’accaduto. A partire dall’identità dei lavoratori coinvolti. Due di loro sono siciliani: si tratta di Salvatore Failla, 47 anni, originario di Carlentini in provincia di Siracusa, e di Filippo Calcagno, 65 anni, di Piazza Armerina in provincia di Enna. Fausto Piano è, invece, originario di Cagliari, in Sardegna. Mentre Gino Pollicardo, di 55 anni, è di Monterosso in provincia di La Spezia (Liguria).

Riguardo alla dinamica del sequestro, si sa che l’agguato è avvenuto intorno alle 21 di domenica scorsa. I quattro italiani sarebbero stati fermati mentre viaggiavano su un furgoncino, diretti dalla Tunisia verso il compound di Mellitah “Oil and Gas”, dove la Bonatti opera da anni per conto di Eni e Noc (National Oil Corporation). Superato un posto di blocco, i connazionali sarebbero stati prelevati da un gruppo di uomini armati. È stato, invece, lasciato sul posto l’austista africano che li accompagnava. Normalmente, come forma di precauzione, questo tipo di viaggio si effettua via mare, proprio per evitare le bande criminali presenti sul territorio.

Tre diverse ipotesi

Resta ancora da chiarire, invece, la natura del rapimento. Dietro l’agguato potrebbe esserci l’ombra dell’Isis che risiede nella base dello Stato Islamico di Sabratha, tra Zuara e Tripoli. Ma il sequestro, come ha riportato ieri Al Jazeera citando fonti militari, potrebbe anche essere opera delle tribù rivali che si contendono il controllo del territorio: da una parte i miliziani armati vicini a Jeish al Qabali, l’esercito delle tribù, dall’altra Fajr Libia, Alba della Libia. Non è ancora escluso, poi, che i responsabili siano i gruppi islamici di Tripoli, contrari al coinvolgimento dell’Italia nel piano dell’Onu per la formazione di un governo di unità nazionale.

Il governo di unità nazionale

Della formazione di un governo di unità nazionale si è parlato ieri a Bruxelles, dove si sono riuniti i partner dell’Unione europea. Per ora, un primo accordo è stato siglato il 12 luglio dal governo di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale. Ma anche molte tribù e i clan di Misurata hanno accettato il piano proposto. Parere contrario è stato espresso solo dalle milizie di Tripoli.

Sulla questione è intervenuto oggi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, in una conferenza stampa con il mediatore delle Nazioni Unite per la Libia, Bernardino Leon. Le forze libiche “che si sottrarranno o boicotteranno” l’accordo siglato il 12 luglio – ha spiegato Gentiloni – “avranno una reazione di isolamento da parte della comunità internazionale, cosi come è emerso dal Consiglio europeo di ieri a Bruxelles”. Per l’inviato speciale Onu, questa prima intesa è un “passo importante perchè per la prima volta si vede la luce in fondo al tunnel”, ma “bisogna essere realistici e ci sono ancora molte cose da fare”.

Leon, al termine dell’incontro con il titolare della Farnesina, ha condannato il rapimento dei quattro tecnici italiani. “Siamo in contatto con l’Italia da quando è successo e la mia squadra sta lavorando per raccogliere informazioni”, ha precisato chiedendo “il rilascio immediato e senza condizioni”.