Capello, parabola discendente dell’allenatore pigliatutto


In Russia il tecnico friulano ha fornito risultati altalenanti, tanto da meritarsi l’esonero. E alla sua cena d’addio si sono presentati solo quattro giocatori


capello-1Premessa: questa non è una storia a lieto fine.

C’era una volta Fabio Capello, allenatore nel pallone, re incontrastato delle panchine di tutto il mondo. I presidenti delle società lo tiravano per la giacca, i supporter lo osannavano, i rivali lo odiavano. D’altronde dove c’era lui, c’era anche la vittoria.

Dopo gli anni gloriosi da centrocampista, il tecnico friulano è diventato una star indiscussa degli allenatori. I tifosi gli perdonavano perfino i modi rudi e un po’ spicci, quell’aria da intoccabile. Il messaggio era chiaro: io vi faccio vincere, ma dico quello che mi pare. E tutti zitti, perché nel calcio una vittoria vale più di qualche malumore. Poi, quando senza dare spiegazioni volava in qualche altra città, c’era tempo per tirare fuori tutte quelle imprecazioni taciute in cambio di una vittoria.

Ma nel calcio, come nella vita, si scende e si sale. E anche se il tuo grafico punta sempre verso l’alto, qualche caduta ti capita pure se ti chiami Fabio Capello e se nella tua carriera hai vinto tutto (o quasi). Il tonfo è avvenuto nella lontana Russia, ma il rumore si è sentito fin qua. Dopo aver allenato Milan, Real Madrid, Roma e Juventus; dopo una parentesi di 4 anni già ingloriosa da ct dell’Inghilterra, nel 2012 don Fabio era volato a Mosca. Un contratto da 6.8 milioni di euro l’anno, un solo obiettivo in testa: portare in alto la nazionale in vista del Mondiale 2018, che sarà ospitato proprio dalla Russia.

L’inizio non è dei migliori: un pareggio in casa contro la Costa d’Avorio, ma questa non può essere una preoccupazione per uno che ha vinto tutto (o quasi). E infatti il tecnico friulano si qualifica ai mondiali brasiliani del 2014, finisce pure primo nel girone. Capello tira un sospiro di sollievo, i dirigenti pure. La fiducia nei suoi confronti è tale che la federazione gli rinnova il contratto fino al 2018 e gli aumenta anche l’ingaggio. Nelle sue tasche entrano 7 milioni di euro l’anno più bonus, con un risarcimento di 25 milioni in caso di esonero. È il ct più pagato al mondo.

Quando arriva in Brasile Capello sente di avere tutti dalla sua parte, tanto da arrivare a dire: “Forse possiamo vincerlo questo mondiale”. Il vento, però, tira contro. Il verdetto parla chiaro: due pareggi e una sconfitta nella fase a gironi, la Russia esce subito dalla competizione.

In patria storcono il naso: il tecnico viene chiamato a riferire di fronte alla Duma, la camera bassa del Parlamento, per spiegare i motivi del flop brasiliano. È solo il primo passo nella strada che porta al divorzio. A novembre 2014 arriva il secondo segnale: “Non abbiamo i soldi per pagare il mister”, dicono dal comitato esecutivo della federazione russa. Il sogno di giocare il Mondiale in casa si allontana. La separazione consensuale, si fa per dire, arriva pochi giorni fa. Contratto rescisso, Fabio Capello lascia la Russia con un accordo di 15 milioni di euro di buonuscita.

Nonostante si tratti dell’esperienza calcistica meno felice della sua carriera, il tecnico ha intenzione di salutare tutti prima di andarsene. Così prenota un tavolo per 50 persone in un lussuoso ristorante di Mosca. Peccato che alla cena si presentino solo quattro dei suoi ex calciatori: Aleksandr Kokorin, Aleksandr Kerzhakov, Vasili Beresuzki e Aleksandr Samedov. Per il tecnico friulano il conto da pagare sarà stato meno caro, ma il boccone da mandare giù è amaro.