Usa e Iran: raggiunto accordo sul nucleare. Forse


Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato l’intesa, ma spetta al Senato ratificarlo. E non sono esclusi colpi di scena. Intervista a Gregory Alegi, americanista dell’Università LUISS


Dopo mesi di trattative, è stato raggiunto lo storico accordo tra Teheran e le potenze mondiali sul futuro del programma nucleare iraniano. Questa mattina, 14 luglio,  gli ultimi colloqui tra i rappresentanti dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), che poi hanno raggiunto l’intesa nel Coburg Palace, un palazzo ottocentesco di Vienna. La dichiarazione congiunta è stata poi letta in inglese dall’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, poi in lingua persiana dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif.

Le sanzioni economiche che Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite hanno imposto al’Iran risalgono al 1979, quando, durante la Rivoluzione Islamica, venne attaccata l’ambasciata americana a Teheran. Poi anche la comunitá internazionale impose sanzioni in risposta alla “non sospensione” del programma nucleare di Teheran, temendo che il Paese stesse costruendo la bomba atomica. Dal 2006 al 2012 le penalità sono state intensificate per colpire la tecnologia nucleare, l’esportazione di armi, i conti bancari e le organizzazioni legate al nucleare. Grazie all’accordo di oggi, le sanzioni saranno eliminate in cambio di un freno ai programmi nucleari di Teheran.

Furioso Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, da sempre alleato degli Stati Uniti, che ha definito questa decisione “un errore di proporzioni storiche”. Il Presidente Barack Obama, nel discorso successivo alla firma dell’accordo, ha provato a rassicurare Netanyahu dichiarando che l’Iran sarà privato del 98% delle riserve di uranio arricchito, e che comunque gli USA manterranno le sanzioni per la violazione dei diritti umani.

240105Ma la situazione è sempre più critica e niente si può dare per scontato, come spiega in questa intervista il professor Gregory Alegi, docente di Storia Americana alla Luiss Guido Carli di Roma.

Professor Alegi, che ne pensa di questo accordo storico?

Beh, è un’intesa controversa ma soprattutto pragmatica, com’è del resto tutta la politica estera di Obama. Il presidente, infatti, ha sottolineato che l’accordo è basato sui fatti, non sulla fiducia.

Israele ha definito l’intesa “una resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran”. Quali saranno le conseguenze tra la diplomazia di Teheran e quella di Washington?

Innanzitutto l’equidistanza di Obama tra Israele e Iran rappresenta già un raffreddamento verso Gerusalemme. Poi bisogna vedere se il trattato verrà ratificato. Il presidente statunitense firma gli accordi, ma poi è il senato che li deve ratificare, cioè approvarli e renderli operativi… Ricordiamo che dopo la Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti non ratificarono mai il trattato di pace, e soprattutto non aderirono alla Società delle Nazioni, proposta proprio da loro. Questa decisione fu legata più a problemi interni alla politica americana e ai rapporti politici dell’allora presidente Wilson che a fattori esterni.

Inoltre, non c’è limite temporale alla ratifica: un presidente a fine mandato e non rieleggibile come Obama non ha tutto il tempo che vuole. Dato che l’anno prossimo, oltre al presidente, si rinnoverà anche un terzo del senato, non possiamo sapere come andrà a finire.. Insomma, se Obama non ottiene il tratatto subito, c’è la possibilità che non lo ottenga più.

In ogni caso c’è da aspettarsi una battaglia da Netanyahu, che potrebbe diventare un aspetto importante della prossima campagna elettorale americana. Un successore più tradizionalista potrebbe non condividere questo accordo, che per molti rappresenta un eccesso di fiducia nell’Iran, un Paese con un regime non democratico e teocratico, legato all’islamismo. E sappiamo che queste caratteristiche ora negli USA non sono viste di di buon occhio.

Quindi che succederà nel senato americano al momento del voto per la ratifica?

Oltre ai repubblicani, che possono essere contrari per motivi ideologici o partitici, all’interno degli stessi democratici ci potrebbero essere dei no.

Perché?

Alcuni senatori attenti alle opinioni della comunità ebraica americana, ad esempio quelli dello Stato di New York, potrebbero far prevalere la prudenza all’entusiasmo. Poi pensiamo ai rapporti degli Stati Uniti con i Paesi del Golfo e l’Arabia Saudita, anche loro molto preoccupati dalle decisioni di oggi: dei senatori legati a queste lobby potrebbero votare contro la ratifica del trattato.

Insomma, l’accordo è stato firmato, ma mi aspetto colpi di scena. Non si può escludere niente. Non darei per scontato che sul versante politico statunitense la battaglia sia finita.