Dall’ Austria alla Gran Bretagna, voglia matta di referendum


E in Italia continua la battaglia del Movimento Cinque Stelle. Grillo rilancia: “I cittadini decidano sull’euro”


Raccolta firmeUn vento di referendum scuote l’Europa. E, all’indomani del voto greco, altri Paesi convivono con intense spinte referendarie.

È il caso, prima di tutto, dell’Austria. Ben 250 mila cittadini austriaci hanno firmato una proposta di legge per l’uscita del Paese dalla moneta unica. E se gli esiti dell’iniziativa popolare non sono affatto certi (il Parlamento potrebbe ignorare la proposta presentata), la raccolta firme è però un successo: i promotori hanno superato di 150 mila voti la soglia di consensi minima.

Il referendum austriaco diventa un sogno possibile. E l’eco si fa sentire lontano. Soprattutto in Italia, dove Beppe Grillo torna alla carica dopo la marea di “oxi” (“no”) che hanno portato Tsipras al trionfo. “A me interessa il referendum come strumento di democrazia diretta“, ha dichiarato il leader del Movimento Cinque Stelle al Corriere della Sera.

 

Il caso greco è la buona occasione per riprendere il filo di un discorso caro al movimento: gli istituti di democrazia diretta come strumenti di rilancio della buona politica. E una strada, in questo senso, i Cinque Stelle la percorrono da tempo. Proprio nel giugno scorso, hanno presentato al Senato 200 mila firme con cui annunciano di volersi battere per un referendum consultivo sull’euro.

 

Mantenere la moneta o cambiarla, per il Movimento Cinque Stelle, è una decisione che deve spettare al popolo. Ecco il perché del referendum, sulla scia dell’esperienza (unica) del 1989. Ma arrivarci non è semplice. Il voto degli italiani, infatti, non può avvenire con un semplice referendum abrogativo: l’art. 75 della Costituzione non si può applicare per leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Unica strada, quindi, quella lunga e faticosa di una riforma costituzionale. Per questo, i grillini propongono di modificare la Carta introducendo la possibilità di un voto popolare sull’euro.

Un piano ambizioso inaugurato con il deposito delle firme e coordinato dal senatore Vito Crimi. Ma è davvero realizzabile? Nonostante le convergenze esterne (sia del segretario della Lega Nord Matteo Salvini che del leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni), pare davvero complicato. L’approvazione di una legge costituzionale richiederebbe il doppio passaggio al Senato e alla Camera e, nella seconda votazione, la maggioranza assoluta dei consensi. Una maggioranza, questa, difficile da immaginare.

Anche ammettendo che al referendum consultivo si riesca ad arrivare, poi, questo avrebbe un valore più simbolico che reale. E non imporrebbe al governo in carica di conformarsi alla volontà degli elettori.

Un impatto immediato e forte potrebbe avere, invece, il referendum annunciato nel Regno Unito. In questo caso, l’euro non è in discussione (il Paese non ha mai introdotto la moneta unica, restando fedele alla vecchia sterlina). I sudditi di Sua Maestà, però, saranno chiamati a votare entro il 2017 per la permanenza del Paese nell’Unione Europea. Una consultazione cara al governo di David Cameron, che ha fatto sapere di voler assicurare una corsia preferenziale alla legge. Del resto, la sua era stata una promessa in campagna elettorale. Un passo fuori dall’Europa, un passo verso i tanti delusi britannici.