Effetto “oki”: le Borse europee tremano, Milano cede il 3,4%


Dopo il “no” della Grecia alle richieste della Bce, ecco cosa si muove sullo scacchiere economico-politico mondiale


Il “no” greco fa tremare le Borse: aumenta lo spread e rimangono in rosso tutti i mercati europei, maglia nera per Milano che cede il 3,4%. I cali non sono drammatici, però, perché il vero test di tenuta europeo sarà condizionato dalle scelte della Banca Centrale Europea, il più importante creditore di Atene.

 E’ un crinale pericoloso, quello lungo il quale si sta inerpicando il governo di Atene. La vittoria del “no” al referendum del 5 luglio fin qui ha portato la Grecia a un profondo isolamento internazionale e ogni Stato si sta muovendo sullo scacchiere mondiale per far fronte alle conseguenze dirette e indirette, economiche ma anche politiche, del Gran Rifiuto ellenico.

GERMANIA

Il no greco non fa altro che rafforzare la linea intransigente della Germania. Più che Angela Merkel, resa cauta dai sondaggi poco favorevoli in patria e dalla necessaria sobrietà richiesta dal paese forte dell’Eurogruppo, a gioire è il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Shaeuble. Da sempre sostenitore della linea dura dell’austerità e del far quadrare i conti, il ministro non considera una tragedia l’uscita della Grecia dall’euro. E il no di Atene porta il Paese sempre più lontano da Bruxelles.

FRANCIA

La posizione del presidente Francois Hollande è sempre stata quella della mediazione. Anche ora, dopo l’“oki”, lo schiaffo ai vertici europei, la Francia spinge per un’intesa che scongiuri il crac greco. Il timore d’oltralpe è che la linea intransigente di Tsipras non abbia conseguenze solo sulla stabilità economica europea e di conseguenza anche francese, ma anche sulla situazione politica interna, con un ulteriore passo avanti dei partiti estremisti e anti-euro. Come il Front National di Marine Le Pen.

ITALIA

Il “no” della Grecia mette in tensione le Borse italiane e minaccia la debole ripresa economica appena cominciata. Il premier Matteo Renzi si trova oggi a dover fare i conti con un doppio fronte aperto: dal punto di vista finanziario, l’Italia dovrà varare una legge di stabilità molto convincente per tranquillizzare gli investitori, scongiurare il “contagio” greco e rafforzare il cambio di passo della ripresa interna. Proprio la legge di stabilità, però, potrebbe diventare terreno di scontro per l’eterogeneo fronte sostenitore del “no” greco. Da Sel a Forza Italia, dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle fino a una minoranza del Partito Democratico, il favore con cui è stato accolto il voto “anti Trokia” dei greci potrebbe minare il percorso del governo Renzi. Anche in Italia i temi caldi saranno le regole sul debito, gli obiettivi di bilancio e la crescita. Però ora, dopo il no greco, dire “lo chiede l’Europa” potrebbe non bastare per incassare il placet del Parlamento. Così Renzi aspetta il via libera di Parigi e Berlino per porsi come figura di mediazione per riaprire i negoziati con Tsipras, nella speranza che la tragedia in corso sia ancora arginabile.

SPAGNA

Da fedele alleata, la Spagna conservatrice di Mariano Rachoy è oggi tra i principali detrattori delle politiche di Atene. Proprio la Spagna, infatti, è stata sottoposta a una cura lacrime e sangue simile a quella prospettata alla Grecia, ma il sacrificio imposto dai creditori sta portando i primi timidi risultati. Risultati che rischierebbero di venire bruciati dalle oscillazioni del mercato europeo causato dalla Grexit. Inoltre, sul fronte interno, il governo di Madrid teme la crescita nei sondaggi di Podemos, il partito di sinistra radicale spagnolo idealmente molto vicino alla Syriza di Tsipras. E da sempre oppositore della linea intransigente dell’Eurogruppo.

REPUBBLICHE BALTICHE

Tra i più duri oppositori della linea greca ci sono tutti i paesi baltici. Lituania, Lettonia, Estonia sono paesi ancora poveri rispetto alla media europea – alcuni con finanze spesso ancora più martoriate di quelle greche – e sono stati sottoposti a dure misure di austerity e di ricostruzione economica. Per questi governi, dunque, avallare la presa di posizione greca equivarrebbe a sconfessare i sacrifici chiesti alle proprie popolazioni, soprattutto dopo che la Grecia non ha portato a termine il piano di riforme interne prospettate. Insomma, le repubbliche baltiche non sono disposte a sostenere che ai greci possano essere risparmiati i sacrifici imposti ai cittadini slovacchi o lituani, soprattutto quando – stando alle statistiche mondiali – i nuovi Stati membri hanno un prodotto interno lordo inferiore a quello greco.

AMERICA

Il fronte greco non risparmia timori nemmeno a Washington e potrebbe tradursi in un nuovo scontro politico-ideologico con la Germania di Angela Merkel. Nel breve periodo, anche Wall Street teme il caos economico dell’ormai sempre più verosimile crac greco, le cui conseguenze riportano nella mente degli investitori la catastrofe del fallimento Lehman del 2008. Nel medio e lungo periodo, invece, l’amministrazione Obama teme che una vittoria della linea dura tedesca porti l’Europa più lontano dagli Stati Uniti. Non è un mistero, infatti, che il presidente auspicasse una rinuncia europea all’austerità per puntare su politiche espansive, anche a costo di rinunciare al limite del tetto del 3% per il rapporto deficit/Pil. Il “no” greco, però, complica la posizione americana, che aveva offerto ad Atene una maggiore vicinanza per politiche espansive, in caso di vittoria del “sì” alle condizioni europee.

CINA

La situazione greca preoccupa anche i paesi asiatici. Dal punto di vista del commercio internazionale, Pechino teme uno sfaldamento del mercato europeo, di fondamentale importanza per le esportazioni e gli investimenti delle aziende cinesi. Dal punto di vista economico-politico, poi, la Cina si è ritagliata un ruolo di sostegno per la moneta unica europea, sottoscrivendo l’acquisto di Bond di Eurolandia con l’obiettivo di trovare nell’Europa un mercato sempre più unificato in cui investire. La crisi greca fa temere un disarmo politico dell’Unione Europea, che dovrebbe portare la Cina a un drastico cambio di rotta.