Assemblea Pd, sì all’Italicum. Speranza si dimette


Drammatica assemblea dei gruppi a Montecitorio. 120 parlamentari non partecipano al voto finale. Renzi: “Il nostro governo è legato, nel bene o nel male, alla legge elettorale”


images-5Le dimissioni del capogruppo alla Camera Roberto Speranza. La minoranza che non partecipa al voto finale.  Il segretario del Pd e Presidente del Consiglio che si dice “soddisfatto” di aver ottenuto la maggioranza dei consensi sulla legge elettorale. Solo 190 suffragi favorevoli su 310 componenti del gruppo parlamentare, sufficienti comunque a portare l’Italicum in aula “così com’è”. Perché “il nostro governo è legato, nel bene o nel male, alla nuova legge elettorale”.

In estrema sintesi, questo è il riassunto dell’assemblea del gruppo dei deputati del partito democratico di mercoledì sera. Un incontro serale in un’aula secondaria di Montecitorio che ha fatto registrare momenti di alta tensione. Prima di tutto per le annunciate dimissioni di Roberto Speranza, esponente di punta di Area riformista, la corrente interna formata da lettiani, dalemiani e bersaniani fortemente contraria all’ultima versione dell’Italicum. Quella licenziata dal Senato il 26 gennaio scorso. Quella, per intendersi, che prevede cento capilista bloccati in tutti i collegi elettorali.

Pierluigi Bersani
Pierluigi Bersani

Ed è principalmente questo il motivo della rottura con la minoranza. “Non posso sopportare un Parlamento pieno di nominati, subordinato in modo anomalo all’esecutivo”, ha ribadito dopo l’assemblea Pierluigi Bersani, l’uomo che da segretario aveva fatto nominare Roberto Speranza capo del gruppo dei deputati.

Perché, è bene ricordarlo, questo è ancora il Parlamento scelto dagli ex segretari dei partiti. Nel febbraio 2013 Bersani aveva potuto scegliere, con la parziale mediazione delle primarie, tutti i compagni di viaggio della 17° legislatura. Molti di quelli che ieri sera non hanno partecipato alla votazione lo hanno fatto anche per gratitudine verso l’uomo che li aveva scelti.

Renzi è consapevole di questa frattura interna, di questo irrisolto conflitto fra gratitudine e riformismo sfrenato. Fra la ditta che fu e le Leopolde che verranno. Perso l’appoggio di Forza Italia al processo di riforme, sa bene che il campo è sempre più stretto. Per questo sente l’urgenza di accelerare sulla legge elettorale. Ne pretende l’approvazione definitiva entro le prossime elezioni regionali.

Una scelta che risponde a due necessità: liberarsi dei parlamentari voluti dalle segreterie precedenti e avere lo strumento per andare al voto rapidamente se le Regionali dovessero dare segnali opportuni. Il premier ha paura di vedersi sgretolare il largo consenso registrato alle Europee di un anno fa e teme che gli italiani riflettano nelle urne il ritardo sulle svolte promesse.

Nei giorni in cui le scuole crollano, le strade si sgretolano, le amministrazioni locali mostrano i segni di un’endemica corruzione, Matteo Renzi vorrebbe fissare l’asticella prima che le crepe diventino valanghe. E vorrebbe farlo, scegliendo la compagnia con cui prendere in mano il timone liberamente.

Governare, etimologicamente, alla fine significa proprio quello. E nasce proprio dagli antichi condottieri. Resta da vedere se sarà un Cristoforo Colombo, un Temistocle o un Francesco Schettino.