“Contrada non andava condannato”. Strasburgo boccia l’Italia


Al tempo dei fatti, 1979-1988, “il reato non era sufficientemente chiaro”, sentenzia la Corte europea dei diritti umani


bruno contradaSono ventitré anni che la vicenda giudiziaria di Bruno Contrada tiene banco nelle aule di giustizia italiane ed europee. E oggi il suo nome torna alla ribalta della cronaca, perché dalla Corte di Strasburgo arriva un’altra bocciatura per l’Italia. L’ex numero due del Sisde non andava condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, perché ai tempi in cui commise i fatti, 1979-1988, il reato “non era sufficientemente chiaro”. Lo Stato italiano dovrà risarcire 10 mila euro per danni morali e 2.500 per le spese processuali.

La mia vita è distrutta” è stata la prima reazione dell’uomo. Ventitré anni di “devastazione totale” che ha accompagnato ogni giorno della sua esistenza. “Mi è stato tolto tutto” dice Contrada, che non si accontenta tuttavia della giustizia europea: “Io voglio giustizia dall’Italia“. E questo potrebbe essere un altro elemento per ottenere la revisione della condanna, spera il suo avvocato Giuseppe Lipera, che due mesi fa aveva presentato la domanda presso la Corte di appello di Caltanissetta. L’udienza, fissata per il 18 giugno, punterà a mettere in luce l’incompatibilità di una personalità e di una condotta come quella dell’ex agente dei servizi segreti con il reato riconosciutogli. “Un uomo che ha servito con la massima abnegazione e dedizione esclusivamente le istituzioni”, lo definisce il legale.

Napoletano di nascita ma palermitano di adozione, classe 1931, Bruno Contrada fu arrestato alla vigilia di Natale del ’92, anno delle stragi di Palermo, e condannato in primo grado a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa il 5 aprile del 1996. Il suo nome, infatti, è legato all’attentato di via d’Amelio, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino che allora stava indagando sulla trattativa Stato-mafia. Durante il processo, poi, sospetti erano calati anche sul suo rapporto con il capo della squadra mobile del capoluogo siciliano, Boris Giulianoassassinato nel luglio ’79 da Leoluca Bagarella mentre prendeva un caffè da solo al bar. “Eravamo due fratelli”, il commento di allora di Contrada. La sentenza, però, venne ribaltata in appello e nel 2001 arrivò l’assoluzione. La Cassazione decise di rinviare gli atti a Palermo e, cinque anni dopo, la nuova condanna dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana.

Furono, quindi, gli anni del carcere prima e degli arresti domiciliari poi. Nel 2012 l’ex vicedirettore dei servizi segreti aveva scontato la sua pena, ma non senza tentare la strada della revisione del processo e la Corte di Strasburgo. Nel 2008, infatti, Bruno Contrada si era rivolto alla Corte europea appellandosi all’articolo 7 della Convenzione dei diritti umani, che enuncia il principio “nulla pena sine lege“. Non avrebbe dovuto, dunque, essere condannato, perché il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è un’evoluzione della giurisprudenza italiana successiva all’epoca in cui furono commessi i fatti. Così l’Europa, dopo sette anni, sentenzia a suo favore.

I tribunali nazionali non avrebbero rispettato la “non retroattività e la prevedibilità della legge penale“. La giurisprudenza, a tal proposito, non era sufficientemente chiara e prevedibile negli anni ’80, ovvero ai tempi del coinvolgimento di Contrada. Arrivò a pronunciarsi chiaramente solo nel 1994. Salgono a due, quindi, le censure per il Paese: la prima nel 2014, perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute; la seconda oggi, perché l’ex poliziotto non avrebbe dovuto condannato. L’uomo aveva chiesto 80 mila euro di risarcimento per danni morali, ma Strasburgo ne ha accordati solo 10 mila. Per le spese processuali, poi, 2500 gli euro riconosciutigli a fronte dei 30 mila richiesti.