Ruby. Franco Coppi, stratega vincente delle mezze ammissioni


Il Bunga Bunga prevedeva la prostituzione. Ma Berlusconi non conosceva l’età di Ruby e non ha mai costretto la Questura ad affidarla a Nicole Minetti. Così, Coppi ha vinto allontanandosi da Niccolò Ghedini


l43-franco-coppi-130502175536_bigIl peccato non è un reato, la maggiore età si può dimostrare prima dei 18 anni, Silvio Berlusconi non è un Don Rodrigo e la persecuzione dei giudici non esiste.

È questa, in sintesi, la strategia difensiva dell’avvocato penalista Franco Coppi. Una strategia che ha regalato all’ex Cavaliere Berlusconi una vittoria piena: la conferma, da parte della Corte di Cassazione, dell’assoluzione già pronunciata in Appello.

Nemmeno noi difensori contestiamo che ad Arcore avvenissero fatti di prostituzione con compensi”, “era tutto vero: il sesso, i soldi, le ragazze, il sistema prostitutivo”. Il professor Coppi ha scelto la via della mezza ammissione. Anche con ironia: “Difficile dimostrare che si parlasse di Dante o Benedetto Croce”. La prostituzione c’era, quindi, ma non è reato. “Non bisognerebbe mai scambiare questioni di confessionale con questioni di diritto penale”.

È su un altro punto, invece, che l’avvocato Coppi ha voluto contestare la linea dell’accusa in relazione al Bunga Bunga e ai rapporti di Berlusconi con Ruby. L’ex premier non poteva sapere che Karima El Mahroug fosse minorenne all’epoca dei fatti. Non poteva per il semplice fatto che la ragazza aveva 17 anni e 10 mesi, appariva matura e diceva pubblicamente di avere più della sua età.

La prova, quindi, manca, perché manca la certezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma, smantellata la prostituzione minorile, restava il reato più grave, quello di concussione, riconosciuto in primo grado con una sentenza di colpevolezza, 6 anni di pena e un’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Coppi non nega che un contatto, un dialogo tra Berlusconi e la Questura ci fu. Ma nessuno obbligò i funzionari ad affidare Ruby all’allora consigliera regionale lombarda Nicole Minetti. “A tutto concedere si può dire che Ostuni e la Iafrate (i due funzionari, ndr) fossero contenti di aver fatto un favore a Berlusconi”. Nessuna minaccia dell’ex Cav, quindi, che non è il Don Rodrigo dei Promessi Sposi e non incuteva timore con la sola forza delle parole.

E non è tutto. Sempre a proposito dell’affidamento della minore marocchina alla Minetti il legale di Berlusconi ha sostenuto che “avvenne secondo la prassi in vigore”. Nessun reato. Tanto più che l’idea di prendersi in carico Ruby venne alla stessa Minetti, all’esito del colloquio con Iafrate. “Il fatto che poi la Minetti si sia comportata con disinvoltura e la abbia riportata nella casa dove abitava è un rimprovero che va mosso alla sola Minetti”. Una posizione ben diversa da quella dell’accusa, secondo cui la telefonata di Berlusconi fu di una “violenza irresistibile” per modalità e argomentazioni. A vincere, però, alla fine è Coppi: “C’è solo una telefonata nella quale Berlusconi dice che c’è una consigliera regionale pronta a prendersi carico di Ruby. Niente di più. La Minetti si rivelerà poi per quel che è, ma quella sera come consigliere regionale aveva tutti i numeri per l’affido”.

Questi i punti di forza della strategia difensiva di Silvio Berlusconi. Uno schema basato sulla parziale ammissione che lo ha decisamente premiato e di cui il merito non può che andare al Professor Coppi. Del resto, da quando si è insediato nel collegio difensivo nel maggio del 2013, dopo la condanna in appello sul caso Mediaset, Coppi ha spinto Berlusconi a un deciso cambio d’atteggiamento. Dalla magistratura come “cancro” e “persecutrice” alla linea del silenzio. A mutare, però, sono state anche le scelte della difesa: addio eccezioni e istanze di rimessione, via libera alla disponibilità e perfino alla rinuncia alla prescrizione (proposta al leader di Forza Italia) per permettere ai giudici di esaminare le carte e difendersi, sempre e comunque, nel processo.

Franco Coppi dà il merito all’intero team difensivo, alla squadra Coppi-Dinacci-Ghedini-Longo che si occupa dei guai di Silvio Berlusconi da ormai lungo tempo. E però, certo, non sfugge il ruolo-chiave e a suo modo rivoluzionario del professor Coppi che, oltre che avvocato, è anche giurista di fama e professore ordinario di diritto penale all’università La Sapienza di Roma.

Coppi ha rivoltato come un calzino la strategia di Niccolò Ghedini seguita in primo grado. Ha detto no agli attacchi alla magistratura fuori dal processo e ai cosiddetti “ghedinismi” nel processo. Ma, soprattutto, ha deciso di non negare mai che il Bunga Bunga fosse anche sesso e prostituzione. “Discutere se le signorine fossero più o meno disinvolte non aveva molto senso, meglio concentrarsi sul fatto che non si sapesse della minore età di Ruby”, ha affermato Coppi in un’intervista al Corriere della Sera. E ancora: “Io dovevo economizzare il tempo. Non si può parlare molto in Cassazione”.

Tante scelte oculate e una rottura con lo stile di Ghedini. Per la vittoria, però, è servita anche la modifica alla concussione introdotta dalla legge Severino? Rispondendo al Corriere, Coppi dice no. “Il reato è stato solo diviso in due ipotesi, ma ci sono entrambe: la costrizione e l’induzione”. E dell’una, la costrizione, come della prostituzione minorile, prove sufficienti non sono mai arrivate.