La Cina alle armi: aumentate del 10% le spese militari


L’ha annunciato il portavoce dell’Assemblea nazionale del popolo Fu Ying. Ma i 148 miliardi previsti sono quattro volte inferiori ai fondi per la difesa investiti dagli Usa


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Veduta dell’Assemblea nazionale del popolo

Quando il colosso cinese decide di muoversi per qualcosa, lo fa in grande stile. Così la signora Fu Ying, il portavoce dell’Assemblea nazionale del popolo, la più alta istituzione dello Stato, composta di 3000 deputati che si riuniscono ogni marzo per discutere le principali questioni della Repubblica, ha annunciato che le spese militari aumenteranno del 10% rispetto all’anno precedente.

La Cina è “un grande paese – ha sentenziato – e ha bisogno di una forza militare capace di proteggere la sua sicurezza nazionale e il suo popolo”. Anche in una fase in cui l’economia non tiene il passo titanico degli ultimi 25 anni. Crescerà solo del 7%, uno 0,5% in meno rispetto al 2014. Dati che in Europa farebbero gridare al miracolo, nell’immensa nazione cinese sono accolti come il segno di una “nuova normalità” dal Primo ministro del Consiglio di stato Li Keqiang.

Bisogna tenersi pronti. “La storia, infatti, – ha ricordato Fu Ying – ci ha insegnato che quando siamo rimasti indietro siamo sempre stati attaccati. Non lo dimenticheremo”. Quindi i 132 miliardi di dollari del 2014 saranno portati a 148. Se si considera che il 2014 aveva segnato a sua volta un vertiginoso incremento dei finanziamenti alle forze armate rispetto al 2013 (un netto +12,2%) e che molti analisti occidentali considerano quelle cifre soltanto la metà della reale spesa militare sostenuta dalla Repubblica, allora si ha una giusta dimensione del grande sforzo di Pechino per il rinnovamento delle capacità di “garantire la sicurezza del paese”.

La cifra per un terzo dovrà coprire il mantenimento di quello che è ad oggi uno dei più numerosi esercito del pianeta con 2,3 milioni di uomini e donne in servizio. Il resto servirà per potenziare l’apparato tecnico. Le alte sfere del comando cinese spingono sopratutto per lo sviluppo e la produzione di aerei dotati della tecnologia stealth e per l’ampliamento della flotta sottomarina.

Tutto questo in un contesto diplomatico in cui il dinamismo, sopratutto della marina di Pechino, sopratutto nel mar Cinese, ha prodotto una reazione a catena nei paesi circostanti. Le Filippine hanno richiesto due pattugliatoti navali e 12 jet agli Stati Uniti, Il Giappone sta costruendo 4 portaelicotteri e si è rivolta sempre a Washington per 42 caccia F-35 e 17 aerei a decollo verticale V-22 Osprey. L’India, altro colosso asiatico, ha in ballo ordinazioni alla Francia per 136 caccia Rafele, agli Usa per 22 Apache e 8 P-8I Poseidon. Persino il Vietnam si sta cautelando: 6 sottomarini, 6 fregate e 36 caccia Sukhoj sono stati acquistati dalla Russia.

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Al centro il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping

La generosità del governo è apparsa sospetta a qualche osservatore. È un fatto che la stretta anti-corruzione voluta da Xi Jinping abbia aperto ampi varchi nelle gerarchie dell’Esercito popolare e nelle altre forze armate (tra gli epurati figura anche il vicepresidente della Commissione militare Xi Caihou). In questo scenario il presidente starebbe tentando di garantirsi la fedeltà di un’istituzione che ha pagato un pesante tributo alla Commissione centrale per l’ispezione di disciplina.

Certo, tutto il discorso sulle spese militari di Pechino assume una piega diversa se si guarda al titano d’oltre Pacifico. I 148 miliardi di dollari cinesi impallidiscono di fronte ai 640 stanziati dal presidente democratico Barack Obama per le esigenze della difesa. E tuttavia quel che conta in questi casi è la novità. Washington si è mostrata sempre di manica larga con i suoi militari. Il fatto che la Cina, che ora più che mai si appresta a competere per il ruolo di prima potenza mondiale, abbia deciso di fare altrettanto con i suoi indica che il vento sta cambiando. La Repubblica Popolare sta caricando pesi sempre maggiori sul piatto della bilancia dei rapporti di forza mondiali a cui siamo stati abituati dalla caduta dell’Unione Sovietica; da che lato penderà la bilancia sarà la storia a deciderlo.