Dalle ceneri di al-Qaeda al sogno del Califfato, le origini dell’Isis


Le ambizioni di potenza di al-Baghdadi, il jihadista più temuto del momento. Ma anche soldi, armi e propaganda


Mideast Qatar Extrimist

È molto più di un gruppo jihadista. Crudele in guerra, spietato con gli ostaggi, radicale negli obiettivi. Lo Stato Islamico (Is) si è fatto largo tra le macerie irachene e siriane per fondare un califfato. Un progetto ardito, che punta alla sottomissione di gran parte del Medioriente e del nord-Africa. Strateghi navigati sul campo di battaglia, esperti conoscitori dei social network, i leader dell’Is sono decisi a eliminare ogni ostacolo al proprio piano di grandeur. Per questo, l’organizzazione ha ingaggiato una guerra aperta contro l’Occidente e tutti quelli che non sposano la sua visione integralista dell’Islam.

Le origini. Lo Stato islamico (in arabo Daish) nasce dalle ceneri di un’altra formazione fondamentalista: al-Qaeda in Iraq. Nel 2003, le truppe statunitensi intervengono a Baghdad per destituire il rais Saddam Hussein. Era scoppiata la seconda guerra del Golfo: con la fine del regime dittatoriale, il partito nazionalista al potere (il Baath) viene dichiarato illegale e l’esercito smantellato. Il Paese era frammentato per le differenze etniche e religiose che segnavano la popolazione. Sono stati gli sciiti, la maggioranza, ad amministrare lo Stato nel dopo-Saddam. Le politiche settarie dell’esecutivo, le discriminazioni e le violenze subite dalle minoranze (soprattutto sunnita) hanno accentuato l’instabilità del Paese e le sue divisioni interne. Il terreno di coltura ideale per la strategia insurrezionale di Abu Musab al-Zarqawi.

Veterano della guerra afghana contro i sovietici (1979-1989), al-Zarqawi è stato un mujaheddin giordano molto impegnato. Dopo aver combattuto a Kabul contro i russi, torna nel suo Paese per tentare un colpo di mano contro la monarchia: è il 1994 quando viene arrestato. Dopo essersi fatto 5 anni di galera, si reca nell’Afghanistan talebana attaccata dai raid statunitensi. Poi subito in Iraq: qui giura fedeltà all’organizzazione di al-Qaeda e fonda Aqi (al-Qaeda in Iraq) nel 2004. Tuttavia, tra le due organizzazioni non c’è una buona intesa. Da un lato, per la violenza: Zarqawi ne fa un uso brutale, ritenendolo necessario per purificare società corrotte; i leader di al-Qaeda, diversamente, vogliono combattere i regimi apostati evitando, quando possibile, di danneggiare l’immagine del Jihad. Dall’altro, per divergenza di obiettivi: al-Qaeda, fondata da Osama Bin Laden e poi retta da al-Zawahiri, vuole essere una legione straniera sunnita, votata alla difesa dei territori islamici dall’invasione occidentale. Aqi ha altro in mente: punta a costituire un califfato islamico sunnita a Baghdad. Uno Stato nuovo, con il suo territorio e i suoi confini. Nonostante queste differenze, l’alleanza tiene: per al-Qaeda, la rete sul campo di al-Zarqawi costituisce un’ottima quinta colonna in Iraq; Aqi, invece, è deciso a sfruttare il brand dell’organizzazione terrorista più famosa al mondo per arruolare nuove combattenti e rafforzarsi.

Per realizzare il suo piano, al-Zarqawi elabora una strategia efficace: provocare una crisi istituzionale in Iraq, alimentando una guerra settaria tra sunniti e sciiti. Ci riesce, approfittando dei rancori esistenti tra i due gruppi religiosi, impegnati in un gioco a somma zero per la conquista del potere politico. Nel 2006, i bombardamenti alla moschea di al-Askari, uno dei luoghi sacri per l’Islam sciita nella città di Samarra, scatenano una sanguinosa guerra civile.

Mappa della Siria (marzo 2014). Territori contesi

Syria_areas_of_control_March_2014

Avanzata inarrestabile. I jihadisti conquistano il nord-est siriano e ne fanno una roccaforte. Consolidano le loro posizioni nella regione settentrionale dell’Iraq e abbattono i confini tra i due Paesi (sanciti dagli accordi anglo-francesi di Sykes-Picot, che nel 1916 assegnarono a Londra e Parigi il controllo, rispettivamente, di Iraq e Siria). Vanno avanti, senza pietà. Nei territori occupati hanno imposto una versione radicale della sharia. Costringono le minoranze – come cristiani e yazidi – a fuggire. Giustiziano gli sciiti. Fanno ostaggi, che decapitano davanti alle telecamere. Con un’intelligente gestione dei social network, diffondono le immagini dei loro macabri atti. Pubblicano una rivista in diverse lingue (Dabiq). Hanno successo, fanno proseliti in tutto il mondo. Combattenti stranieri e lupi solitari esportano la loro guerra fuori dal mondo musulmano.

Lo Stato islamico viene proclamato nel giugno 2014, dopo la presa di Mosul. Si dota gradualmente di una struttura efficiente, con dei propri ministeri. A guidarlo rimane al-Baghdadi. Che giura non si fermerà, fin quando il vessillo del califfato, una bandiera nera con la scritta bianca – non esiste altro dio che Allah, Mohammed è il suo profeta – non sarà issato sulla cupola di San Pietro a Roma. La guerra quindi è solo all’inizio.

o-COLOSSEO-Isis

Ambizioni egemoniche. Il dominio su gran parte di Siria e Iraq non placa gli appetiti del califfo. Le vittorie in guerra e il favorevole contesto mediorientale di instabilità hanno alzato l’asticella delle rivendicazioni. L’Is non è una formazione guerrigliera o un semplice movimento jihadista trasnazionale. È un’organizzazione strutturata ed efficiente, radicale nelle aspirazioni ed estremista nei contenuti ideologici, che punta a costituire uno stato territoriale con delle frontiere ben delimitate.

A oggi, il califfato controlla una vasta area che si estende dalla regione a est di Aleppo fino a Fallujah. Un territorio che comprende circa la metà dell’intera superficie siriana (100 mila chilometri quadrati) e il 40% di quella irachena (170 mila chilometri quadrati): una zona grande quasi quanto l’Italia, dove vivono 11 milioni di abitanti. In particolare, sono sotto il suo dominio le province irachene di Al Anbar, Salhuddine, Ninive e quelle siriane di Hama, Aleppo, Hassakè, Raqqa e Dier al Zour. L’Is si spinge sempre più a ovest, con incursioni in Libano. E utilizza le sue teste di ponte in Libia per espandersi in Nord Africa.

Politica interna. Mentre in Medio Oriente regna il caos, lo Stato islamico garantisce ordine e benessere all’interno dei suoi confini. Come spiega Charles Lister in “Profiling the Islamic State”, il califfato ha sviluppato un modello di welfare state efficace, che si è dimostrato vincente soprattutto in contesti di alta instabilità. In Iraq, Al-Baghdadi ha offerto ai sunniti una via d’uscita all’oppressione del governo sciita. Fatta di guerra, violenza, sottomissione a una versione rigida della Sharia. Ma anche di un’organizzazione burocratica e funzionante, presente sul territorio: in grado di garantire istruzione e formazione, assicurare servizi sociali e assistenza sanitaria, fornire risorse energetiche e beni primari sussidiati. Una volta conquistata una nuova località, lo Stato Islamico gestisce ogni aspetto della vita pubblica: si dota di una forza di polizia ben retribuita per mantenere la sicurezza, paga i suoi soldati con lauti salari, impone tasse e amministra la giustizia. Finendo così per condizionare molto la sfera privata delle persone. A volte, al limite dell’assurdo: nel 2008, l’allora Isi arrivò a vietare alle donne di comprare cetrioli e proibì l’acquisto e la vendita del gelato perché non esisteva ai tempi del profeta Maometto.

L’introduzione di questo tipo di governo all’interno di un contesto esteso di conflitto e instabilità ha spinto i sunniti ad accettare con remissività l’imposizione di norme dure. Questo fattore è la chiave della sopravvivenza o della sconfitta dello Stato islamico

Struttura di governo. Il potere è organizzato in maniera verticale. Al-Baghdadi è il califfo, detiene il comando supremo. Ma è aiutato da un consigliere personale e da due vice, entrambi ex ufficiali dell’esercito iracheno. Il primo è l’ex generale Abu Ali al-Anbari, capo delle operazioni in Siria; il secondo è l’ex tenente colonnello Fadl Ahmad Abdullah al-Hiyali (Abu Muslim al-Turkami), alla testa delle azioni militari in Iraq. Esiste inoltre un gabinetto composto da otto persone e un consiglio militare di 13 membri.

Schermata 2015-02-27 alle 16.57.43

L’Is si presenta al mondo come una nuova entità statale, dotata di un governo e vari ministeri, ciascuno con delle proprie responsabilità: dalle attività militari a quelle civili, passando per quelle politiche e finanziarie. Pianifica l’introduzione della propria moneta e promuove lo sviluppo di un sistema di Vilayaat (emirati) nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa. Finora questi vilayaat, che funzionano come governatorati all’interno del califfato, sono le province di Salahuddin e Kirkuk, la zona centrale e meridionale dell’Eufrate, la frontiera fra Siria e Iraq, Anbar e Baghdad. Come riporta Theodore Karasik, in un’analisi pubblicata sul sito al-Arabiya, l’ambizione di Daish va molto oltre: il modello è stato prima testato nell’area del Levante per poi essere esportato nell’Africa settentrionale. In una registrazione audio, al-Baghdadi rivela il suo piano di “costruire dei vilayaat e di nominare dei wulat (governatori) nei territori dell’Arabia Saudita, dello Yemen, dell’Egitto, della Libia e dell’Algeria”.

Un progetto che ha già avuto inizio. Come nella città libica di Derna, dove centinaia di membri di alcune tribù hanno giurato fedeltà al califfo, giustiziando chi era contrario. E dove lo Stato Islamico ha inviato uomini e mezzi, per favorire lo sviluppo di un vilayaat in Cirenaica. Un altro ancora potrebbe nascere nella penisola del Sinai, in Egitto, dove il gruppo estremista Ansar Bait al-Maqdis si è unito alle truppe di al-Baghdadi.

E i soldi per tutto questo? Di quelli il califfato ne ha in abbondanza. L’Is, infatti, è strutturato come un proto-stato, ma non ha abbandonato la sua vocazione terroristica. Così da un lato, impone tributi nei territori controllati, produce e vende beni primari, esporta petrolio. Dall’altro, trafuga manufatti antichi da trafficare sul mercato nero, cattura ostaggi per ottenere riscatti milionari, saccheggia banche e gestisce racket locali.

Fino all’anno scorso, solo con un capillare e complesso sistema di estorsione, lo Stato islamico ha incassato 12 milioni di dollari al mese. La vendita di reperti archeologici e le razzie degli istituti creditizi hanno generato profitti una tantum che sono comunque significativi. Secondo fonti di intelligence iracheni, all’inizio del 2014  il gruppo ha guadagnato 36 milioni di dollari piazzando alcuni oggetti provenienti dalla località di al-Nabk, a nord di Damasco, risalenti a 8 mila anni fa. E come riporta il Financial Times, i jihadisti hanno svaligiato le banche di Mosul per centinaia di milioni di dollari. Queste entrate però non danno la reale misura del forziere jihadista. La maggior parte delle risorse del califfato, infatti, dipendono da gas e petrolio.

 

Daish sfrutta i giacimenti iracheni e siriani: vende idrocarburi sul mercato nero o direttamente a clienti in Iraq, Libano, Turchia e Kurdistan. Alla fine del 2014, il traffico ammontava a 70 mila barili al giorno, con un profitto quotidiano in media pari a 2 milioni di dollari: in altre parole, una rendita annuale compresa tra 365 milioni di dollari e 1.1 miliardi. Ricchezza che produce un’immagine di potenza e di benessere. Che contrasta con la miseria cui sembrano condannati iracheni e siriani, esasperati da anni di povertà, abusi e guerre civili. E che, nel combinare bastone e carota, offre una via d’uscita al contempo autoritaria e compassionevole. Esemplare il commento di un funzionario politico del Fronte islamico:

L’Isis si sta espandendo. Ha molti soldi e i siriani sono poveri. Il denaro cambia tutto. Le persone sosterranno l’estremismo pur di uscire da uno stato di disperazione