Assolto dopo 3 anni di cella per mafia. Ma era un omonimo


Beniamino Zappia era finito in carcere nel 2007, arrestato perché esponente di mafia legato al clan Rizzuto di Montreal. Chiesto maxi risarcimento per ingiusta detenzione


carcereAssolto dopo tre anni di carcere, ma non era lui il Beniamino Gioiello Zappia, esponente della mafia italo-canadese che avrebbe dovuto scontare quella pena. Solo un caso di omonimia secondo il suo legale, Luis Eduardo Vaghi che ha chiesto ora alla corte di Appello di Roma un ingente risarcimento per ingiusta detenzione.

Zappia era stato arrestato nel 2007 dalla Dia di Roma durante il blitz ‘Orso Bruno‘. Viene descritto dagli inquirenti come personaggio legato al clan dei fratelli Rizzuto di Montreal, il loro uomo di collegamento tra l’Italia, la Svizzera e il Canada. Sarebbe stato inoltre, stando alle indagini di allora, il tramite del clan Rizzuto per infiltrarsi negli appalti milionari della costruzione del ponte sullo stretto di Messina.

E così nel 2007 finisce in manette, prima nel carcere di San Vittore per poi arrivare, nel 2008 alla sorveglianza speciale del 41 bis, il regime di carcere duro per reati di mafia. A quel tempo Zappia aveva 70 anni. Due anni dopo, nel 2010, gli vengono concessi gli arresti domiciliari. La sentenza di finale arriva però solo nel novembre 2012: a distanza da 5 anni dal blitz che aveva messo in manette l’uomo sbagliato, l’assoluzione è piena “perché il fatto non sussiste“.

A far pensare al caso di omonimia è la dichiarazione è il vicequestore di Roma Alessandro Mosca che aveva coordinato l’inchiesta ‘Orso Bruno’, ha raccontato che l’indagine era stata avviata su segnalazione alla Dia da parte della polizia canadese secondo la quale a Roma si trovava tale Giuseppe Zappia (non Beniamino), l’uomo del clan Rizzuto di Montreal, denominato in Canada il “Commendatore”.

La storia di malagiustizia di Beniamino Zappia non finisce qui, promette il suo avvocato dal momento che lo Stato che avrebbe “sistematicamente ignorato gli elementi” che avrebbero portato alla luce l’equivoco“, sarebbe potuto giungere alla conclusione con “maggiore tempestività“.