Rebus Libia: dal mediatore al blocco navale, le opzioni Onu


Il mediatore Leon al Consiglio di sicurezza: “Isis sfrutta divisioni politiche per rafforzarsi”


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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu punta tutto su Bernardino Leon. L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, interviene in videoconferenza da Roma per aggiornare i Quindici sugli ultimi sviluppi sul terreno. La situazione in Nord Africa è il nodo centrale della riunione: sul tavolo c’è il rinnovo del mandato della missione internazionale Unsmil, che scade il 13 marzo, e l‘estensione delle sanzioni, tra cui l’embargo delle armi.

LA RELAZIONE DI LEON – “Non ci sono dubbi che i gruppi terroristici come l’Isis giocano sulle divisioni politiche in Libia per rafforzare la propria presenza sul terreno” ha dichiarato Leon al Consiglio di sicurezza. Il mediatore ha anche sottolineato che l’attentato messo a segno ad Al Qoba il 20 febbraio scorso, rivendicato dall’Isis, è stato “un evidente tentativo di minare ogni possibilità di arrivare a una soluzione pacifica” della crisi in Libia.

Domani riprenderanno in Marocco i colloqui mediati dall’Onu tra i due parlamenti che si contendono il potere in Libia, a cui seguirà un nuovo incontro all’inizio della prossima settimana in Algeria. Annunciando la ripresa del dialogo, ha concluso Leon, i “leader politici di Tobruk e Tripoli hanno mandato il messaggio chiaro che al terrorismo non sarà consentito di tenere in ostaggio il dialogo politico”. Dopo il suo intervento la riunione è proseguita a porte chiuse.

LE INDISCREZIONI – La mediazione dell’inviato dell’ONU è considerata dalla comunità internazionale la strada preferita migliore per venire a capo della crisi libica. L’obiettivo è spingere le fazioni in campo a creare un governo unitario, capace di stabilizzare il Paese e favorire la lotta al terrorismo dell’Isis.

Ma se il funzionario spagnolo non dovesse riuscire a mettere insieme l’esecutivo laico di Tobruk con quello islamico che controlla Tripoli e Misurata, per poi fermare l’Isis con l’aiuto internazionale, gli scenari che si aprono sono diversi. Blocco marittimo, sanzioni individuali e congelamento dei ricavi del settore petrolifero, sono tutte ipotesi che l’Onu sta passando al vaglio in questi giorni. L’alternativa pericolosa, che sta guadagnando consensi anche negli ambienti americani, è quella di consentire all’escalation militare di sbloccare la situazione.

LE POSIZIONI OCCIDENTALI – Per riportare ordine nel caos libico, al palazzo di Vetro bisogna affrontare prima di tutto due problemi: i tempi stretti e la divisione degli attori al tavolo. Il 13 marzo infatti scade Unsmil e lo spazio contemplato per una proroga della missione internazionale è di solo un mese. Quanto alle posizioni dei protagonisti, Egitto, Giordania e Russia sono percepiti come alleati di Tobruk. Usa, Gran Bretagna e Turchia sono più vicini a Tripoli, mentre l’Italia è nel mezzo: inizialmente accusata di essere troppo indulgente con gli islamici, dopo la chiusura dell’ambasciata, il 15 febbraio scorso, il nostro Paese appoggia il governo di Tobruk.

USA – Quello che è certo è che per ora né Tripoli, né Tobruk, hanno la capacità di vincere il conflitto con i rivali, stabilizzare il paese e stroncare le mire del Califfato. Le possibilità di successo dell’opera di mediazione di Leon sono quindi limitate. Per questo l’ambasciatrice americana Samantha Powel, ha fatto sapere all’Onu che l’amministrazione Usa, pur continuando a scoraggiare iniziative unilaterali, ritiene che la mancanza di una strategia internazionale forte per contrastare l’Isis, potrebbe rendere inevitabile un’escalation militare per sbloccare lo stallo.

GRAN BRETAGNA E FRANCIA – Gli inglesi sostengono Leon, ma pensano che il suo mandato debba avere limiti temporali, e questa posizione è probabilmente frutto delle pressioni dell’Egitto. In caso che la mediazione riesca, la Francia invece chiede di preparare il sostegno internazionale al governo unitario. Indispensabile scegliere una personalità che abbia seguito reale nel Paese ma la legge sull’isolamento politico (la norma che esclude dalle cariche pubbliche figure accusate di aver servito il regime di Gheddafi) impedisce di scegliere elementi autorevoli come Mohammed al Magariaf, ex presidente del Congresso.

RUSSIA – Anche Mosca è a favore della mediazione internazionale ma sostiene il governo libico che ha sede a Tobruk. Per questo chiede la rimozione dell’embargo alla vendita di armi, come suggerisce anche l’Egitto, pur ammettendo che poi sarebbero necessari stretti controlli.

SPAGNA – A stupire però è la posizione della Spagna. È proprio il paese di Leon a dubitare di più del successo del funzionario Onu. Oyarzun Marchesi, il rappresentante di Madrid al Palazzo di Vetro, ritiene che le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza e del mondo arabo, potrebbero portare la missione al fallimento. Per questo motivo ha consigliato esplicitamente ai colleghi di cominciare a preparare il “piano B”. Ma quali sono le alternative?

SE L’ONU FALLISCE – Escludendo l’intervento militare, tra le ipotesi considerate, per ora solo a livello di riflessione, c’è quella del blocco marittimo.  Si tratterebbe quindi di intensificare il regime sanzionatorio già creato dalla risoluzione 2146 per impedire per esempio il contrabbando del petrolio. Il blocco raggiungerebbe il doppio obiettivo di mettere pressione economica su tutte le parti, e consentire il controllo delle acque davanti all’Italia per prevenire eventuali attacchi. Un’altra possibilità è il congelamento dei proventi petroliferi, che finora sono stati redistribuiti fra tutte le milizie. Il problema in questo caso è che queste risorse, per quanto già ridotte, servono anche a far sopravvivere la popolazione civile. Infine c’è la possibilità di imporre sanzioni individuali contro i responsabili dei disordini. Ipotesi difficilmente praticabile perchè bisognerebbe distribuirle in maniera equa fra Tobruk e Tripoli. Bernardino Leòn non deve fallire.