Riforma scuola, decreto in forse. Assunzioni a rischio


Ancora incerto l’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Per coinvolgere le opposizioni il governo potrebbe puntare su un disegno di legge, ma così i tempi si allungherebbero


C_4_articolo_2065671_upiImageppDecreto sì, no, forse. Annunciato a settembre, messo a punto per mesi, rinviato la settimana scorsa, smentito ieri e adesso di nuovo possibile. A poche ore dall’inizio del decisivo Consiglio dei ministri sulla riforma della scuola (inizio alle 18.30) ancora non si conosce l’ordine del giorno della riunione: il governo, che lunedì sera aveva annunciato l’intenzione di presentare solo un disegno di legge, starebbe valutando la possibilità di realizzare un decreto ad hoc almeno per le assunzioni. E dalle ultime indiscrezioni ci sarebbe anche l’ipotesi di presentare per il momento solo delle linee guida, per sciogliere il nodo in seguito con più calma.

Di questo hanno discusso stamattina Matteo Renzi e Stefania Giannini, in un incontro decisivo di cui si attende di conoscere l’esito. Perché insieme alla forma legislativa cambierebbe anche la sostanza: il percorso del ddl in Parlamento sarebbe accidentato e soprattutto lungo. Le assunzioni promesse (circa 180mila, concorso compreso) potrebbero saltare, o comunque slittare al prossimo anno. E la riforma diventare solo una prospettiva futura. Per questo il governo sta ancora cercando la giusta soluzione.

LA SVOLTA A TARDA SERA – La notizia della marcia indietro da parte del governo è arrivata nella tarda serata di lunedì, quando già cominciavano a circolare le prime bozze dei 40 articoli del testo. Sarebbe stato Matteo Renzi in prima persona a decidere di rinunciare allo strumento del decreto (che si sarebbe dovuto accompagnare anche ad una legge delega). Difficile capire cosa ci sia dietro la svolta inattesa. Ufficialmente, l’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a non abusare dei decreti. Secondo altri il timore di addossare interamente al governo la responsabilità di un piano molto complesso, che non ha coperture del tutto certe e presenta diversi punti delicati (dai criteri d’assunzione alla valutazione dei docenti) che scateneranno sicuramente polemiche.

TEMPI LUNGHI E RISCHIO IMBOSCATE – La strada parlamentare permetterebbe al governo di confrontarsi con le opposizioni, e dare spazio anche alle parti sociali, fin qui totalmente ignorate nella stesura della riforma (anche nella parte che riguarda la progressione di carriera degli insegnanti). Il risvolto della medaglia, però, è che, a differenza del decreto, il disegno di legge non offre garanzie di approvazione né sui tempi né sui contenuti. Lo stesso Partito Democratico potrebbe spaccarsi su alcune materie politicamente spinose (come ad esempio gli sgravi alle paritarie). Mentre per realizzare la riforma bisognerebbe mettersi subito al lavoro: in particolare sul piano straordinario di assunzioni da circa 110-120mila docenti, la cui immissione in ruolo sarà tecnicamente molto complessa. Per quelli che sono i normali tempi del dibattito parlamentare il Ministero rischia seriamente di non farcela per il prossimo settembre, quando comincerà il nuovo anno scolastico. Per questo il governo è ancora incerto su quale strumento utilizzare.

I NODI: ASSUNZIONI, VALUTAZIONE DOCENTI, PARITARIE – L'”infornata” di nuovi insegnanti era e resta il cardine della riforma. Non soltanto perché in ballo ci sono 180mila posti complessivi e circa 300mila precari, ma perché da questo dipende la realizzazione di organici funzionali, autonomia e ampliamento dell’offerta formativa, i presupposti de “La buona scuola”. Rispetto ai 148mila posti (più 40mila da concorso) promessi a settembre, i numeri dovrebbero essere leggermente inferiori. Le Graduatorie ad Esaurimento (sacche del precariato storico) verranno svuotate in gran parte ma non del tutto, e ci sarà spazio per 10-20mila docenti abilitati delle Graduatorie d’Istituto (le liste che assegnano le supplenze), che però non saranno assunti in pianta stabile ma solo a tempo determinato, in attesa del prossimo concorso. Resta la curiosità di capire quali saranno i criteri e i numeri delle assunzioni, chi rimarrà deluso. Ma a questo punto è un po’ tutto il piano ad essere messo in discussione.

Altro capitolo molto atteso è la “rivoluzione meritocratica” della carriera dei docenti, con il passaggio da un sistema basato solo sugli scatti di anzianità ad uno misto con premi e bonus per i risultati. La valutazione degli insegnanti è uno dei cavalli di battaglia della coppia Renzi-Giannini, e forse la ragione principale di attrito con sindacati e categoria. Il ddl darà spazio al dialogo, ma potrebbe anche portare ad un ulteriore annacquamento della misura (il governo ha già dovuto fare marcia indietro sulla totale abolizione dei “gradoni” di servizio).

Nel provvedimento, infine, dovrebbero esserci anche nuove risorse per edilizia scolastica, alternanza scuola-lavoro, digitalizzazione. La rivisitazione dei programmi (con il potenziamento di storia dell’arte, musica e italiano, ma anche inglese e coding). E poi i tanto discussi sgravi per le scuole paritarie, non previsti in origine dal piano, e tornati in ballo per le pressioni di Forza Italia, Ncd e di una fronda centrista del Partito Democratico. Lo stesso ministro Giannini ha sempre ribadito l’importanza delle private, in cui studia circa un milione di studenti che altrimenti graverebbe sulle casse pubbliche. Ma la sinistra Pd è da sempre ideologicamente ostile al tema, e ricorda l’articolo 33 della Costituzione (per cui non dovrebbero esserci oneri per lo Stato). Mettere tutti d’accordo sul decreto sarebbe stato difficile, farlo in Aula potrebbe essere impossibile. Anche questo problema dovrà risolvere Matteo Renzi per presentare la sua riforma della scuola. Con o senza decreto.