Kiev taglia gas all’est ribelle. Putin: “Puzza di genocidio”


Gazprom sarà costretta a interrompere l’erogazione se l’Ucraina non completerà il pagamento delle forniture di marzo. A rischio l’approvvigionamento europeo


La decisione di Kiev di tagliare il gas nell’est ucraino “puzza un po’ di genocidio”. Così il presidente russo Vladimir Putin ha commentato la mancata erogazione del metano alle regioni ribelli, parlando con i cronisti dell’agenzia Interfax. E ha ricordato che il colosso del petrolio Gazprom sarà costretto a chiudere i rubinetti se l’Ucraina non completerà il pagamento per l’approvvigionamento di marzo: la somma versata basta “per le forniture di gas di 3-4 giorni”. Un problema per l’Europa, ha aggiunto il Cremlino, sottolineando che il transito degli idrocarburi russi è a rischio.

“So che in quella zona vivono circa quattro milioni di persone, potete immaginare che tutta questa gente resterà senza forniture di gas durante la stagione invernale?”, ha spiegato ai cronisti Putin, facendo notare che nell’area del Donbass “c’è già la fame” e che “l’Osce ha già costatato che c‘è una catastrofe umanitaria. Se si tagliano anche le forniture di gas, di cosa si può parlare?”. Il leader russo ha auspicato che la distribuzione di gas non venga interrotta. Ma poi ha concluso: “Non dipende solo da noi, ma anche dall’Ucraina”. Già ieri un comunicato di Gazprom aveva rilevato i rischi per l’Unione, non assicurando il transito delle risorse energetiche verso l’Europa. Gli approvvigionamenti ucraini ammontano oggi a 219 milioni di metri cubi di gas: una quantità che potrebbe esaurirsi entro due giorni.

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Crisi geopolitica. Qualche giorno fa, la compagnia di stato ucraina Naftogaz aveva accusato Gazprom di non consegnare il gas comprato in precedenza. Una denuncia che si inserisce nel clima di tensione esistente tra i due Paesi, che discutono da mesi sul prezzo del gas e sui debiti contratti da Kiev per acquistarlo. Solo nell’ottobre scorso era stata trovata una soluzione provvisoria: l’Ucraina avrebbe pagato in anticipo la quantità di combustibile da consumare. L’intesa, con scadenza a marzo, continua a vacillare, dopo la decisione di Kiev di tagliare gli approvvigionamenti destinati alle aree ribelli. Un’iniziativa che ha innervosito il Cremlino, spingendolo a rifornire prima le zone sottoposte al controllo separatista.

Ci sono seri rischi” che il metano non arrivi in Europa, aveva commentato ieri il presidente del gigante russo Alexiei Miller. Circa un terzo del gas importato dall’Unione europea viene comprato da Gazprom e il 15% arriva nel vecchio continente passando per l’Ucraina. L’Ue aveva subito smorzato i toni, minimizzando gli allarmismi: “Finora le forniture giungono in Europa normalmente”, aveva dichiarato ieri ai cronisti la portavoce della Commissione Anna-Kaisa Itkonen. E aveva aggiunto: Bruxelles “continuerà a monitorare la situazione da vicino”. Ci sono ancora 11,5 mld di metri cubi di gas stoccati in Ucraina, riferiscono fonti europee: più della metà delle riserve che erano disponibili a inizio inverno.

Le preoccupazioni sul piano energetico si accompagnano a quelle militari e diplomatiche. Le forze separatiste nell’Est ucraino hanno annunciato di aver cominciato a rimuovere le armi pesanti dalla linea del fronte. Ma il governo di Kiev non ci crede, rifiutandosi di ritirare le truppe perché i ribelli continuano a bombardare le loro postazioni. L’esecutivo ucraino accusa gli indipendentisti di approfittare della tregua per rafforzarsi e organizzare una nuova offensiva: il prossimo obiettivo dei filorussi sarebbe Mariupol, città costiera di 500mila abitanti sul Mar d’Azov. La conquista del porto permetterebbe ai secessionisti di controllare una fascia di terra che si estende dalla Russia alla penisola di Crimea, regione annessa a Mosca l’anno scorso.