Ue, anche la Germania sfora. Quel 7% di esportazioni di troppo


Anche essere eccessivamente virtuosi non va bene. Da otto anni consecutivi i tedeschi superano la soglia consentita dall’Ue, con conseguenze per l’intera Eurozona


Germania_surplusIl 2014 è l’ottavo anno consecutivo in cui la Germania supera la soglia del 6% consentita dall’Ue per le esportazioni. Anche questo parametro dovrebbe essere rispettato da tutti i membri dell’Unione europea, proprio come il tetto debito/Pil o quello deficit/Pil. Eppure in pochi lo conoscono o se ne ricordano e la stessa Berlino sembra far finta di niente nonostante le (poche) richieste di correzione.

Una violazione delle regole Ue che alimenta le critiche di tutti quelli che accusano l’Europa di essere troppo “germanocentrica” e di utilizzare “due pesi e due misure” a seconda di quali Paesi contravvengano a quanto stabilito negli accordi Ue. Una discussione resa ancor più attuale dalle condizioni critiche in cui versa la Grecia, costretta a una politica di “lacrime e sangue” per cercare di far quadrare nuovamente i conti, e la richiesta – a cui soprattutto Berlino non vorrebbe cedere per non creare un precedente – di allentare la morsa dell’austerità.

Secondo Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, l’eccesso di esportazioni in relazione al Pil da parte di Berlino non è momentaneo ma qualcosa di “persistente”: “le ultime previsioni della Commissione Europea stimano che la Germania nel 2015 raggiungerà l’8% di surplus commerciale e il 7,7% nel 2016″.

Ascolta l’intervista audio a Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, per capire i motivi del surplus commerciale tedesco e le conseguenze per l’Eurozona.

Saldo delle partite correnti in % del Pil periodo 2000-2013. Fonte: Nomisma.
Saldo delle partite correnti in % del Pil periodo 2000-2013. Fonte: Nomisma su dati Eurostat

Nell’anno appena concluso la Germania ha segnato addirittura un surplus commerciale record, mai raggiunto dalla creazione delle serie statistiche, pari a 217 miliardi di euro. Il saldo delle partite correnti, cioè la differenza tra quanto un Paese esporta e importa in beni e servizi, è arrivato a un’eccedenza di 215,3 miliardi (da 189,2 miliardi del 2013): il 7,4% del Pil. Un livello che supera anche la Cina, che si ferma a 176,7 miliardi di euro. Un saldo positivo non è di per sé una brutta cosa, ma la Germania sta da anni apertamente violando quanto previsto dall’Europa. Il “six pack“, pacchetto di regolamenti che fissano i parametri di deficit annuale, debito pubblico ed equilibrio del bilancio, prevede che i paesi dell’Ue non possano avere nel saldo delle partite correnti un attivo superiore al 6% del Pil o un passivo inferiore al 4% del Pil nella media degli ultimi tre anni.

La Commissione europea ha messo a punto 11 parametri all’interno della Mip (Macroeconomic imbalance procedure) per valutare se ci siano degli squilibri macroeconomici tra i 28 Paesi dell’Unione europea. E da una mappa realizzata da “Il Sole 24 Ore” sulla base di questi parametri, si scopre che non è solo la Germania a sforare, ma anche Olanda (nell’Eurozona), Svezia e Danimarca (allargando l’analisi all’Unione europea). Nell’Ue esistono vari vincoli, non solo quelli di finanza pubblica come il deficit/Pil e il debito pubblico/Pil, e la mappa rende evidente che lo sforamento riguarda diversi standard consentiti.

Mappa degli squilibri macroeconomici dell'Ue. Fonte: Il Sole 24 Ore
Mappa degli squilibri macroeconomici dell’Ue. Fonte: Il Sole 24 Ore

Il più noto tra i parametri (oltre il famigerato debito/Pil) è quello appunto del saldo delle partite correnti. Il surplus record della Germania ha provocato un richiamo da parte della Commissione europea a novembre 2013. Tutto come previsto dalla procedura Mip che ha il compito di prevenire potenziali rischi e l’emergere di squilibri e crisi. Nonostante la richiesta di correzione e l’avvio di un’analisi dell’avanzo tedesco (dai tempi lunghi e dall’esito incerto), Berlino non sembra però aver fatto molto. Eppure secondo molti si tratta di livelli insostenibili che causano tra l’altro una perdita di ricchezza da parte di altri Paesi. I forti squilibri macroeconomici sarebbero sostanzialmente uno dei motivi per cui alcune economie faticherebbero a riprendersi dallo shock della crisi finanziaria iniziata nel 2008.

Questo scalfisce l’immagine di una Germania ligia alle regole e locomotiva trainante dell’Europa. I Paesi con un surplus dovrebbero infatti attuare una politica espansiva per compensare l’austerità a cui sono costretti gli Stati dell’Eurozona che versano in deficit. Costretti, è il caso di ricordarlo, dalla necessità di mantenere i conti in ordine. I Paesi in difficoltà, tra cui l’Italia, hanno dovuto recuperare competitività di prezzo e ridimensionare gli standard di vita, generando deflazione e riduzione della domanda. È mancato però il traino di un’economia forte, come è quella tedesca, che avrebbe potuto assorbire parte delle esportazioni degli altri paesi, i quali invece hanno perso terreno. Gli Stati più economicamente depressi, infatti, dovrebbero aggrapparsi alla domanda estera dei paesi che riescono a crescere.

Secondo un recente rapporto del Centro studi di Confindustria per riportare il livello di surplus entro il 6% occorrerebbe uno stimolo alla domanda interna attraverso la politica di bilancio. La Germania dovrebbe quindi basare meno la propria economia sull’export e incentivare consumi investimenti. Secondo alcuni analisti solo così Berlino può aiutare l’Eurozona nel suo complesso a uscire dalla spirale negativa contro cui combatte. L’alternativa, di fronte a nuove dosi di deflazione e recessione “equivale – secondo il Csc – a un’eutanasia per l’euro“.

Esportazioni tedesche di beni e servizi nel 2000-2013. Fonte: ilfattoquotidiano.it su dati Eurostat/Bundesbank
Esportazioni tedesche di beni e servizi nel 2000-2013. Fonte: ilfattoquotidiano.it su dati Eurostat/Bundesbank

La Germania sostiene di aver già diminuito rispetto al passato il surplus con la zona euro. Tuttavia è anche vero che è aumentato l’export al di fuori dell’Eurozona, soprattutto in Asia, Europa orientale e Usa. Quello che è rimasto invariato è però l’importazione, che anzi è calata (-0,8% nel solo mese di dicembre 2014). In questo modo la domanda interna dell’area euro risulta ulteriormente indebolita e sia l’occupazione che i redditi continuano a scendere. Insomma, deflazione nell’intera Eurozona.

Nel 2013 anche il Fondo monetario internazionale ha chiesto a Berlino di correggere il problema delle eccessive esportazioni. Richiesta giunta anche dal ministero delle Finanze Usa, che indicava il surplus della Germania come un male non solo per l’Eurozona ma per l’economia mondiale. Secondo il rapporto del Tesoro americano, “la crescita anemica della domanda interna tedesca e la dipendenza dalle esportazioni hanno ostacolato un riequilibrio in un momento in cui altri Paesi dall’area euro erano sotto forte pressione per rallentare la domanda e contenere le importazioni per promuovere aggiustamenti”. La Germania, però, ha fatto finta di nulla bollando come “incomprensibili” le argomentazioni degli Usa.

Ma perché la Commissione europea non si attiva e chiede alla Germania l’attuazione delle raccomandazioni che chiedono il rafforzamento della domanda interna ed il sostegno agli investimenti? Secondo il capo economista di Nomisma, la realtà dei fatti è che l’analisi avviata dalla Commissione Europea (su cui la Germania esercita una forte influenza) è “solo un’indagine, non sono imposizioni di correzioni e di rispetto dei parametri come avviene per la finanza pubblica dei Paesi periferici“. Lo scorso anno il presidente della Bce, Mario Draghi, ha invitato gli altri Stati a seguire l’esempio della Germania e a cercare di recuperare competitività. Perché “non si rafforza il più debole indebolendo il più forte”. Tuttavia i paesi in deficit sono costretti a mantenere un regime di austerità e sono vincolati al rispetto del patto di stabilità. Questo significa che in situazioni in cui vi è un debito pubblico alto, c’è un freno agli investimenti pubblici. Cosa che, però, può risultare fatale durante una persistente congiuntura economica negativa.

Proprio in merito agli investimenti pubblici, la Germania potrebbe permettersene molti di più di quelli che fa attualmente. “Ha – sottolinea il capo economista di Nomisma – indicatori di finanza pubblica molto buoni. Inoltre al momento per la Germania i finanziamenti per gli investimenti sono praticamente a costo zero. Quindi questi investimenti poi andrebbero a favore degli stessi cittadini tedeschi e avrebbero ripercussioni positive per l’area euro”.

Per Mario Draghi il problema dell’eccessivo surplus commerciale non può essere risolto, come ha affermato nel 2014, con un indebolimento dell’economia tedesca. Tuttavia appare anche logico che l’aggiustamento competitivo, come sostengono altri economisti, non possa ricadere solo sulle politiche deflattive dei Paesi in deficit. “La Germania – spiega De Nardis – è caratterizzata da un tasso di inflazione molto basso. Se la Germania sta allo 0,7%, la Spagna, l’Italia e la Grecia devono collocarsi su un livello di inflazione molto al di sotto di quello tedesco se vogliono recuperare competitività. Ma l’inflazione zero o negativa la puoi ottenere mantenendo persistentemente deboli queste economie. Cioè con un mercato del lavoro con un’ampia disoccupazione per contenere le richieste salariali. E quindi spingi alla stagnazione e recessione queste economie”.

Questo squilibrio persistente è un rischio per la stabilità della zona euro e mette in difficoltà la crescita e le esportazioni dei Paesi che ve ne fano parte. Ma esiste, secondo De Nardis, anche il rischio che l’Eurozona esporti nel resto del mondo la depressione dell’area euro. “Il fatto che la Germania abbia un surplus commerciale del 7-8% del Pil – fa notare il capo economista di Nomisma – comporta che l’area euro nel suo insieme abbia un saldo delle partite correnti nei confronti del resto del mondo pari al 3%. Quindi come area abbiamo un surplus grandissimo. È come se fosse un’area estremamente competitiva, ma sappiamo che in realtà solo un paese lo è, mentre la gran parte degli altri si trovano in grande difficoltà. Questo surplus dell’area euro così alto – conclude De Nardis – è il risultato di una domanda interna molto bassa e quindi in questo senso esportiamo verso gli altri Paesi la nostra depressione. Ciò che non riusciamo a vendere al nostro interno, lo vendiamo all’esterno. E cerchiamo di facilitare questa vendita svalutando ulteriormente l’euro”.

Il grande surplus delle partite correnti è inoltre un problema anche per la stessa Germania. Attraverso le eccedenze delle esportazioni, infatti, Berlino accumula crediti nei confronti dell’estero che comportano elevati rischi di perdita. L’Istituto tedesco per la ricerca economica ha calcolato che i tedeschi dal 1999 hanno accumulato perdite per oltre 400 miliardi di euro per via dei crediti esteri.

Esportare senza consumare. È questo, semplificando all’estremo, quello che fa la Germania. E adesso che la situazione debitoria di alcuni Paesi come la Grecia crea tensioni sempre più forti, sembra inammissibile che la Germania possa sforare per così tanto tempo un parametro stabilito a livello europeo senza subire conseguenze né attuare riforme per una correzione. Soprattutto considerato il rigore che richiede ai paesi in deficit. Sostenere le esportazioni del sud Europa, infatti, oltre ad allentare il livello di austerità, potrebbe essere a questo punto l’unica manovra possibile per portare l’area euro definitivamente fuori dalla crisi economica. Cosa che certamente gioverebbe anche a Berlino. Le riforme strutturali, quindi, non dovrebbero riguardare solo i Paesi in deficit ma anche quelli che presentano un surplus. Tutto in nome di una diminuzione degli squilibri tra i vari paesi, una maggiore stabilità dell’area e un migliore funzionamento dell’Unione.