Isis: quel gusto occidentale per il dettaglio dell’orrore


La comunicazione dello Stato Islamico richiama stilemi e tecniche occidentali. Per una guerra che è anche e soprattutto mediatica


ISIS
Immagine tratta da Dabiq, issue 4

Filmati di prigionieri sgozzati, decapitati e arsi vivi. Messaggi all’America e ai suoi alleati. Immagini di bombe sganciate, di città sgretolate, di vite spezzate. Guerra cibernetica e reclutamento online.

È l’ultima frontiera del terrorismo, quella del web 2.0 e del montaggio di video ad alta definizione. È la comunicazione di Daesh. Il messaggio è quello di una jihad globale. Colpire l’infedele: chi non vive secondo una certa interpretazione della sharia, come la minoranza yazida. Chi fa parte del mondo corrotto e diabolico che ha come portabandiera gli Stati Uniti d’America. Chi attacca, in qualsiasi modo, lo Stato Islamico. Il messaggio è anche esaltare il Califfato e convincere gli occidentali ad abbracciarne i fondamenti, facendone dei foreign fighters.

Isis non è una novità. Prima era un ramo di Al Qaeda. Poi si è distaccato, diventando infine lo Stato Islamico di Al-Baghdadi, l’uomo che porta avanti la bandiera del Califfato. Una realtà territoriale, economica e militare che vive secondo una stringente interpretazione della Sharia.

Il Giornalista de La Stampa Giordano Stabile parla così della differenza sostanziale tra Al Qaeda e Isis:

«Al Qaeda ha puntato a una guerra contro l’Occidente, ma non ha mai voluto costruire un mondo alternativo. Isis invece punta a creare uno spazio territoriale organizzato come uno Stato, dove i musulmani possano vivere secondo le regole dell’islam radicale»

Francesca Maria Corrao, docente di lingua e cultura araba alla Luiss Guido Carli di Roma, aggiunge:

«Al Qaeda ha un’elaborazione più teorico-religiosa-politica. Ad esempio, quando Bush ha cominciato la guerra in Iraq, Bin Laden parlava di unire tutti i musulmani nel nome dell’Islam. Faceva riferimento a ideali di nazionalismo: unirsi contro il colonialismo americano. Questo con Isis viene meno, Daesh non fa nemmeno riferimento al passato storico, ma attua campagne di proselitismo contro l’Occidente»

Alessandro Orsini, docente di sociologia dei fenomeni politici alla Luiss, conclude:

«Isis vuole attirare foreign fighters in Iraq. Al Qaeda invece aveva altre priorità, compresa quella di compiere attentati in Occidente. Inoltre non ha mai mirato a costituire uno Stato»

MAPPA. L’estensione dello Stato Islamico. 

Nel caso di Isis quindi, una costola di Al Qaeda si è staccata dalla matrice andando a creare qualcosa di diverso. Sia dal punto di vista di idee e di obiettivi perseguiti, sia da quello del tipo di comunicazione utilizzata.

LA GUERRA MEDIATICA. Quella sollevata dallo Stato Islamico contro l’Occidente è anche una guerra di logoramento. Uno scavare nelle paure. Un mettere in piazza l’orrore della sofferenza infinita. Gli strumenti della sua jihad, in questo caso, sono filmati, riviste illustrate e social network, in primis Twitter. I video diffusi da Isis sono curati nei minimi dettagli, i giornali sono rifiniti in modo impeccabile. Poi ci sono i Report, che hanno lo scopo di mostrare al mondo la potenza militare e strategica dello Stato Islamico.

Giordano Stabile, al riguardo, sottolinea:

«Isis usa una drammatizzazione e una costruzione dei suoi messaggi che è quasi cinematografica e da videogioco»

Francesca Maria Corrao ribatte:

«Isis costruisce degli spot pubblicitari tesi a creare panico e contrasti nella comunità occidentale. Usa una propaganda che semina terrore. Si è formato su film e videogiochi. Ma noi occidentali cadiamo nella loro trappola. Dovremmo tutelare la dignità della persona e le istituzioni democratiche, invece aderiamo al loro messaggio d’odio, che si diffonde sotto forma di razzismo e intolleranza»

Media utilizzati per diffondere terrore quindi. Isis vuole mostrare “qual è il prezzo che deve pagare chi vuole combattere contro di lui” per usare le parole di Giordano Stabile. Una strategia di comunicazione poliedrica, professionale e molto curata. Parte di questa campagna, che spesso si trasforma in vera e propria propaganda, è costituita dalle mappe. Prima fra tutte, quella che rappresenta i confini che lo Stato Islamico dovrebbe avere. E non comprendono solo Iraq e Siria.

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Questi confini somigliano piuttosto a quello che era l’impero ottomano, anche se poi, in un video successivo viene propagandato il Califfato globale. Su tutto il mondo svetta la bandiera nera dello Stato Islamico.

Un’altra cartina diffusa è quella contenente il piano per attaccare l’Europa. Prospetta un attacco da tre fronti: da ovest attraverso la Spagna, dal centro attraverso Roma e da est tramite la Turchia. L’idea sarebbe quella di lanciare missili su tutte queste zone.

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E mappe ad alta definizione sono quelle che appaiono nel video dell’esecuzione del pilota giordano. Su di esse ci sono le abitazioni degli altri piloti, quelli sui quali è stata messa una taglia.

FOTO
Fermo immagine del video dell’esecuzione del pilota giordano

Isis si racconta quindi, anche e soprattutto attraverso i suoi esperti multimediali. Ha una propria squadra di professionisti che hanno vissuto e studiato i codici occidentali. La sua narrazione è spesso  una vera e propria opera di propaganda. I suoi video hanno uno stile che spesso si ripete. Ci sono anche timelapse e slow motion. Una delle “case di produzione” di Isis, che si occupa di gestire i video, è Al-Hayat Media Center

Una parte di questi filmati è costituita dai video delle decapitazioni dei prigionieri occidentali. Ostaggi in tuta arancione, quella che ricorda Guantanamo. Inginocchiati, guardano la telecamera. Dietro, in piedi, il boia vestito di nero con un coltello in mano, ricorda al governo di turno che quello che fa è solo una reazione all’operato dell’Occidente.

Tecniche sofisticate. Tagli e inquadrature pensate. A mostrare il dolore e la sofferenza dei prigionieri. La musica che si abbassa, rimane solo il respiro amplificato del condannato. E il suo battito del cuore. Poi la morte. Messa lì, nella piazza del web davanti al mondo. Lo schema si ripete in ogni filmato.

TIMELINE. Gli ostaggi decapitati da Isis.

Poi arriva il cambiamento di stile con il pilota giordano. In questo caso, un sondaggio in rete chiede ai militanti quale sia la morte più adatta per lui. Viene bruciato vivo. Prima si vedono immagini di bombardamenti e di miliziani uccisi dalle forze occidentali. Una mano si scorge dai mucchi di pietra. E alla fine, dopo la rappresentazione dell’esecuzione di Moaz al-Kasasbeh, detriti piovono sul cadavere carbonizzato. Come in un brutale contrappasso.

Sembra quasi un film. Le inquadrature sono pensate. Lo slow motion sulle scene più suggestive. La musica bassa per far ascoltare i rumori. L’uso della grafica. Lo zoom sui volti. I video di Al Qaeda sono diversi nella forma. Ci sono le azioni contro i convogli americani. Ci sono le armi. C’è la musica. Ma non c’è questa cura.

Francesca Maria Corrao commenta:

«Attraverso i video Isis attenta alla dignità della persona. Arrogandosi il diritto di togliere la vita. È urgente unire le forze di tutte le persone, laiche e religiose, per contrastare queste forme di esasperazione brutale che offendono la dignità della vita»

Oltre ai video delle esecuzioni, ci sono quelli di John Cantlie, l’ostaggio americano diventato il reporter di Isis. Anche qui, abbondano gli accorgimenti tecnici per rendere il filmato più convincente.

VIDEO. Cantlie ad Aleppo. (Dal Corriere Della Sera)

Giordano Stabile, al riguardo, sottolinea:

«Cantlie è utile a Isis come strumento di propaganda. Un occidentale che fa le lodi dello Stato islamico trasmette un messaggio piuttosto forte. Tra l’altro adesso Cantlie sta diventando un personaggio apprezzato nello stesso Stato Islamico»

Oltre i filmati ci sono le riviste. Quella ufficiale si chiama Dabiq. Anche qui c’è lo stesso schema comunicativo. Si tende a rappresentare la brutalità dell’Occidente e giustificare così l’operato dello Stato Islamico di fronte ai miliziani e al mondo. Si vedono foto di corpi di bambini, che sarebbero vittime dell’odio occidentale. Poi c’è l’esaltazione di Isis, dei servizi che offre alla sua gente: dalle scuole agli ospedali. Tutto ciò, corredato da versetti del Corano e da appelli all’unità contro gli infedeli.

Infine ci sono i Report. Documenti con cui Isis mostra la sua strategia. Ma soprattutto raccoglie i dati sugli attentati compiuti in Iraq, sulla loro modalità e sulle zone territoriali più colpite.

REPORT IN INGLESE. (Da Understandingwar)

Un’altra risorsa di cui si servono i jihadisti è il web. In particolare Twitter, tramite il quale reclutano miliziani soprattutto dall’estero. Ma non solo, tramite i social mostrano la propria forza hackerando i profili di istituzioni o giornali.

Anche sul web Isis tende ad essere spettacolare. Hackerare il profilo Twitter del Pentagono postando foto con la lista dei militari statunitensi o con mappe segrete degli Usa va nella direzione di una dimostrazione di potenza. Volta anche a seminare la paura dell’implacabilità di Isis. E questo è il filo rosso che tiene insieme la strategia comunicativa di Isis: seminare il terrore.

Spettacolarizzazione e comunicazione di un certo tipo dunque, ma oltre al mittente del messaggio, non ci si dovrebbe concentrare anche su chi, questo messaggio, lo riceve?

Francesca Maria Corrao la pensa così:

«La ricezione di un messaggio è importante tanto quanto il mittente e le strategie formali che usa. Dobbiamo stare attenti a cosa la comunicazione suscita. Non dobbiamo utilizzare il loro stesso linguaggio. Inoltre Isis non va sradicato con la guerra, ma a monte, con una strategia diversa. Non con razzismo e odio»