Kabobo, giudici d’appello: uccise a picconate per rancore


Corte d’assise d’appello conferma 20 anni di carcere per il ghanese che nel 2013 colpì 3 passanti. Riconosciuto danno d’immagine per Milano in vista di Expo


Kabobo
Adam Kabobo

Adam Kabobo, il ghanese che nel maggio 2013 uccise tre passanti a picconate nel quartier milanese Niguarda, agì con “una determinazione a uccidere che alberga nel sentimento di rancore che lo assediava e non nel soggiacere alle “voci”. A scriverlo è stata la Corte d’assise d’appello di Milano, che oggi ha depositato le motivazioni della sentenza dello scorso gennaio con cui confermava la condanna di primo grado a 20 anni di carcere.

L’azione criminale di Kabobo non fu causata quindi dalla sua malattia, che però “gli suggerì il mezzo per consentirgli di perseguire il suo lucido progetto di esprimere rancore e sfinimento per le sue esperienze di quotidiana lotta per la sopravvivenza“. I magistrati hanno preso in esame la perizia psichiatrica svolta durante il primo grado di giudizio, secondo la quale il ghanese non uccise i tre passanti “in una condizione di totale assenza di coscienza, di automatismo travolto dalla malattia”.

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Un fermo immagine di Kabobo mentre si allontana dal luogo dell’aggressione con il piccone in spalla

Per la Corte “le voci” che Kabobo sentiva nella sua testa e i problemi psichici non avrebbero imposto o comandato, ma avrebbero suggerito una determinata condotta. Il suo disturbo mentale, insomma, non avrebbe forzato la sua volontà e sapeva a cosa andava incontro quando decise di compiere quel gesto criminale. Secondo i giudici il ghanese era quindi capace di intendere e di volere e uccise quelle persone per esprimere “la sua rabbia verso un mondo che non lo accoglieva e non gli prestava aiuto”. Voleva essere catturato perchè esasperato dalla mancanza di cibo, sonno, protezione.

Oltre i 20 anni di reclusione, la Corte d’assise d’appello ha condannato Kabobo al pagamento delle spese legali e al risarcimento delle parti civili, tra cui il Comune di Milano. È stato infatti riconosciuto il danno per la città, dovuto anche “all’azzeramento degli effetti auspicati in conseguenza della costosa attività di promozione dell’immagine della città anche all’estero” in vista di Expo 2015. La difesa del ghanese aveva cercato di sostenere che a essere lesa non era tanto l’immagine di Milano, quanto piuttosto quella “degli apparati dello Stato che non sono risultati in grado di prendersi carico di un soggetto individuato, già all’epoca della detenzione a Lecce, come affetto da problemi psichiatrici gravi”. Ma, secondo i magistrati, il grande clamore mediatico del caso e la sua efferatezza avrebbero creato tra i cittadini dubbi sulla sicurezza della città.