Renzi non convince Napolitano. L’addio al Colle si avvicina


Il Presidente potrebbe lasciare già a metà dicembre. Intanto si scatena il toto-successione. Renzi vuole una donna, ma teme trappole e fuoco amico


Giorgio Napolitano e Matteo Renzi
Giorgio Napolitano e Matteo Renzi

Si sono parlati per un’ora. Cordialmente, come fanno sempre da quel lunedì di febbraio in cui il Quirinale diede l’assenso alla sostituzione di Enrico Letta. Matteo Renzi, quel giorno, era riuscito a convincere Giorgio Napolitano della necessità di cambiare passo. Ieri è salito al Colle per chiedere al presidente di restare ancora un po’. In sostanza, rimandare di qualche mese l’addio per garantire il percorso di riforme. Questa volta non lo ha convinto.

Il capo dello Stato non vuole più fare da stampella alla crisi della politica. È stanco. Lo ha raccontato Pierferdinando Casini, uno dei possibili indiziati per la sua successione. Qualche giorno fa è andato a trovarlo e “il Presidente non riusciva a fare a meno del bastone per muoversi”. Cose normali per un uomo che a giugno compirà 90 anni. E che dal 2006 cerca di mantenere la rotta di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Dall’inizio della sua presidenza ha visto succedersi cinque presidenti del Consiglio: Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e ora Renzi. È stato accusato di essere il padrino delle larghe intese, il regista occulto di manovre di palazzo. Il Movimento 5 Stelle è arrivato a chiederne l’impeachment, senza approfondire. Adesso vuole solo farsi da parte. E farlo al più presto, forse già a metà dicembre. O forse nel discorso di fine anno, salutando a reti unificate gli italiani.

Matteo Renzi vorrebbe che Napolitano restasse al Colle fino alla conclusione delle due riforme prioritarie del suo esecutivo: legge elettorale e monocameralismo. “Siamo a un passo dalla chiusura, tra dicembre e gennaio tutto sarà finalmente realizzato”, ha affermato il premier. E include anche il Jobs Act in questo tour de force parlamentare a cavallo di Natale. Napolitano è scettico sulla riuscita dell’intero processo di riforme e non vuole più essere tirato per la giacca. Una fretta che spaventa Palazzo Chigi, perché il ricordo delle Quirinarie di aprile 2013 allarma Renzi sul rischio imboscate.

Roberta Pinotti, attuale ministro della Difesa
Roberta Pinotti, attuale ministro della Difesa

In quell’occasione il fallimento delle candidature di Franco Marini e Romano Prodi indussero il già traballante segretario del Pd Pierluigi Bersani ad abbandonare guida del partito e velleità di formare un governo. Nel segreto dell’urna, 101 pugnalate democratiche affossarono Prodi. Il Parlamento che voterà il prossimo inquilino del Quirinale è sempre lo stesso. E lo scontro all’interno del Pd, soprattutto nei giorni della riforma del lavoro, è infuocato. Matteo Renzi vuole dettare la linea e suggerire una donna di sua fiducia. Una faccia nuova della politica italiana. Una come lui, persino ex scout. L’identikit è chiaro: Roberta Pinotti, attuale ministro della Difesa. Una figura neutra che potrebbe piacere anche all’altro contraente patto del Nazareno, quel Silvio Berlusconi sempre più in difficoltà all’interno di Forza Italia.

Ma proprio l’ex Cavaliere potrebbe sferrare un colpo a sorpresa per mettere in crisi Renzi. Voci insistenti parlano della pazza idea del leader di Forza Italia di appoggiare un’eventuale candidatura di Romano Prodi, il nemico di sempre. Una mossa che potrebbe far riaffiorare nel Partito Democratico i fantasmi dei 101. Da Forza Italia, alle prese con una resa dei conti interna, non arrivano né conferme, né smentite. Ufficialmente il candidato ideale di Silvio Berlusconi resta il fidato Gianni Letta, un nome che non ha alcuna possibilità di essere eletto in un Parlamento con la composizione attuale. E poche speranze sembrerebbe avere anche la pista che porterebbe a Giuliano Amato. L’ex tesoriere del Psi è un personaggio troppo legato alla Prima Repubblica per essere accettato dalla politica della rottamazione.

Sul fronte degli altri schieramenti tutto tace. I 5 stelle si affideranno al web, la Lega cercherà di dire la sua. Alla fine però saranno sicuramente sempre Renzi e Berlusconi a tracciare il percorso. Un’ovvia conseguenza dei numeri di questo Parlamento. Ma anche una prova decisiva per capire la tenuta dei rispettivi schieramenti. In entrambi i casi, non basteranno semplici diktat per tirare fuori un nome che non faccia la fine di illustri predecessori.