Ue, Juncker presenta il piano da 315 miliardi


“L’Europa volta pagina, ma senza tradire il patto di stabilità”, raccomanda Juncker. Flessibilità per l’Italia, ma resta tra i paesi a rischio


junckerLe promesse vanno mantenute, o almeno Jean-Claude Junker ci prova. Il piano di investimenti da 315 miliardi, suo cavallo di battaglia in campagna elettorale, è stato presentato al Parlamento di Strasburgo. Un tentativo ambizioso, che sarà operativo entro metà del 2015, e nella migliore delle ipotesi porterà nelle casse del Vecchio Continente dai 330 ai 410 mld in più, e 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro.

Un’altra grande novità, che fa ben sperare nella nuova era di flessibilità europea: i contributi che i singoli Stati verseranno in questo fondo non saranno conteggiati nel calcolo dei bilanci. Almeno per questi, quindi, si potranno violare le regole del Patto di stabilità.

Prima Papa Bergoglio, poi la Commissione europea, per una giornata che ha sapore di “svolta”. L’Ue cerca di voltare pagina, dando il via all’operazione Juncker. Sarà istituito un nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), finanziato da 16 mld provenienti dal bilancio della Commissione, e per altri 5 dai dalla Banca europea degli investimenti. La speranza è che questi 21 miliardi iniziali inneschino un effetto leva, ovvero ogni euro del Fondo dovrebbe generare altri 15 euro di investimenti nazionali o privati. In tre anni, quindi, dal 2015 al 2017, più 315 miliardi e 1,3 milioni di neoassunti.

Secondo i più esperti, però, sta proprio qui la debolezza del piano, perché il suo successo e quindi la ripresa economica dell’Europa risiede proprio in questo effetto leva. Può essere solo ottimisticamente previsto, ma certo non poggia su basi certe. La paura del flop, infatti, che questo progetto possa essere solo un bis di quello praticamente fallimentare già presentato nel 2012, diventala la sfida di Bruxelles.

La sfiducia degli investitori è un circolo vizioso da spezzare. Bisogna sbloccare la liquidità delle banche, delle società e dei privati”, rispondono dall’Ue. Sono comunque quasi 1200 i progetti presentati da tutti i Paesi, che attendono la selezione della Commissione per avere il via libera ai finanziamenti. Avranno la priorità quelli più redditizi, con solide garanzie e che possano partire entro il 2017: banda larga, infrastrutture energetiche, trasporti, educazione, ricerca, innovazione, energia rinnovabili. Particolare attenzione per le piccole e medie imprese, che prenderanno almeno 75 miliardi.

Non ci saranno quote nazionali, dunque non un tot fisso da dare a ogni membro dell’Unione. Però i governi nazionali potranno contribuire volontariamente al Fondo, soprattutto quelli in surplus, come Germania e Olanda. Per quelli con problemi di bilancio, invece, arriva la grande novità: il denaro investito nell’Ensi non sarà calcolato nel deficit dei conti pubblici. È l’inizio dell’era della flessibilità, hanno acclamato in molti, soprattutto da Roma e Parigi, perché la Commissione promette di avere un occhio di riguardo per gli Stati in difficoltà che avranno comunque il coraggio di investire nel progetto Europa. Senza tradire le regole Fiscal Compact, però, perché i singoli Stati saranno comunque chiamati a risponderne.

Una manovra, quindi, con la quale “l’Europa volta pagina, dopo anni di sforzi per promuovere la credibilità fiscale e le riforme”, come ha sottolineato il presidente della Commissione Ue. C’è bisogno di riforme strutturali, di responsabilità fiscale per i bilanci nazionali, ma soprattutto “bisogna spingere gli investimenti”, sprona Juncker. La liquidità c’è, dice il Presidente, ma “gli investimenti non rimbalzano”, questo è il paradosso del Vecchio Continente. Primo problema la burocrazia.

Il piano, comunque, se avrà fortuna, potrebbe essere prorogato fino al 2020. Ma “non è una bacchetta magica“, ammonisce il vicepresidente della Commissione Ue Jirky Katainen, “e solo se lo applichiamo in modo efficiente porterà a cambiamenti radicali”.