Cisgiordania, rischio Intifada. Abu Mazen accusa Hamas


A 10 anni dalla morte di Arafat, continuano gli scontri tra soldati israeliani e gruppi palestinesi. L’ex capo di Al-Fatah, Marwan Barghouti, chiede la lotta armata. Ucciso un giovane a Hebron.


Clashes in the West BankMentre migliaia di palestinesi celebrano il decimo anniversario dalla morte dell’ex leader Yasser Arafat, la tensione tra la popolazione e Israele si fa sempre più alta. La relativa tranquillità che ha seguito la fine dei bombardamenti sulla striscia di Gaza della scorsa estate si trasforma nella minaccia di una possibile “terza Intifada”.

A invocarla è Marwan Barghouti, ex capo di Al-Fatah, che dalla cella dove sta scontando il suo quinto ergastolo chiama i palestinesi alla sollevazione popolare. L’eredità di Arafat, inneggia Barghouti, sarebbe proprio “la resistenza armata contro l’occupazione”. Lo scrive in una lettera, in cui aggiunge: “Cessino la cooperazione di sicurezza con Israele perchè rafforza l’occupazione israeliana”. Barghouti, 55 anni, era a capo del gruppo che durante la seconda Intifada ha realizzato gli attentati più sanguinosi, ma è stato anche uno dei leader palestinesi più favorevoli agli accordi di Oslo del 1993 con Israele.

Numerosi sono stati gli episodi di violenza negli ultimi giorni. Il più recente risale ad alcune ore fa, quando Muhamad Jawabreh, un giovane palestinese di 22 anni, è rimasto ucciso a Hebron, durante gli scontri con l’esercito israeliano. Si trovava tra le 150 persone che manifestavano contro la prolungata occupazione armata. Bombe incendiarie contro i convogli militari da un lato, spari indiscriminati contro i contestatori dall’altro. Già ieri i colpi israeliani avevano raggiunto un cittadino palestinese, un uomo in gravi condizioni che, nell’insediamento di Alon Shvut, in Cisgiordania, aveva aggredito con un coltello tre israeliani alla fermata dell’autobus. Una delle ragazze colpita è stata dichiarata morta.

Sempre ieri una donna, questa volta a Betlemme, è stata pugnalata a morte da un non meglio identificato “membro della Jihad islamica”. Nello stesso giorno, a Tel Aviv, è stato ucciso anche un soldato ebreo, decima vittima israeliana degli ultimi sei mesi (secondo il sito Ynetnews). Ogni funerale celebrato diventa occasione di nuovi scontri, sangue risponde a sangue, in una catena difficile da spezzare. Automezzi blindati, spesso assaliti dalle sassaiole palestinesi, circondano i luoghi di culto, punti caldi per possibili esplosioni di rabbia.

Ancora non sono state portate via le macerie nella Striscia di Gaza e già si diffonde la paura di una nuova escalation di violenza. Hamas accusa Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, che risponde e accusa a sua volta il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Le azioni di Israele stanno conducendo la regione ad una devastante guerra di religione”, ha dichiarato Abu Mazen in riferimento alle durissime condizioni in cui sono costretti a vivere i cittadini dei territori palestinesi. Ma si scaglia anche contro Hamas: “Ha la responsabilità dei recenti attacchi, di rallentare la ricostruzione di Gaza e di distruggere l’unità nazionale”.

Particolarmente critica è la situazione a Gerusalemme, dove risiedono 301.100 palestinesi, più del 37% della popolazione. Ma difficilmente godono degli stessi diritti riconosciuti ai cittadini israeliani: le loro abitazioni sono a costante rischio di confisca, il loro permesso di cittadinanza sottoposto a rigide restrizioni, i passaggi ai check point israeliani inevitabili ed estenuanti, le strutture sanitarie a loro dedicate quasi al collasso.

Proprio la città santa, Gerusalemme, è stata scenario di violenti scontri a seguito del tentato omicidio, il 30 ottobre, del rabbino nazionalista Yehudà Glick (ricoverato in ospedale) da parte di un militante della Jihad islamica, poi ucciso nella notte. Lo Shin Bet, il controspionaggio israeliano, ha identificato il killer in Muatnaz Hijazi, con alle spalle numerosi arresti. A seguito dell’episodio la Spianata delle Moschee (per gli ebrei Monte del Tempio) è stata chiusa a tempo indeterminato. Una dichiarazione di guerra”, per Abu Mazen, una misura necessaria per i gruppi nazionalisti ebrei: “È Hamas che controlla la Spianata delle Moschee”, sostengono. Non accadeva dall’anno 2000, in occasione della visita del premier israeliano Ariel Sharon.

Nell’area e nell’intera città le misure di sicurezza sono massime, anche alla luce degli ultimi due attentati, quello del 5 novembre e quello del 22 ottobre. Un “terrorismo automobilistico”, niente motolov né autobombe, bensì macchine palestinesi che investono pedoni israeliani, lanciadosi contro la folla. Entrambi uccisi, gli attentatori hanno causato diversi feriti e la morte di un uomo e di una bambina.

Dall’altra parte del mondo, a New York, il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon annuncia di aver nominato una commissione di cinque membri per indagare sui bombardamenti avvenuti quest’estate contro i rifugi dell’Onu a Gaza, che hanno causato decine di morti, soprattutto bambini. L’obiettivo è capire se sia vero, come sostiene Israele, che la palazzina attaccata nascondesse armi appartenenti ad Hamas. Una decisione su cui Ban Ki-moon già rifletteva da più di un mese, quando durante una visita nella Striscia di Gaza, aveva definito i bombardamenti alle scuole dell’Onu “un’offesa alla moralità“.

Palestina protagonista al Palazzo di Vetro anche grazie allo stilista Jamal Taslaq, che oggi ha presentato la sua collezione autunno-inverno nell’aula del Consiglio Economico e sociale dell’ONU, approfittandone per raccontare la sua storia e l’aspirazione del popolo palestinese a diventare Paese. Originario di Nablus, in Cisgiordania, cittadino italiano formato a Roma, Jamal ha mostrato persino un abito da sposa: “È con orgoglio che condividiamo con voi un esempio della nostra creatività“. Considerato da alcuni “il nuovo Valentino”, lo stilista sogna un futuro di pace tra i due popoli, “ispirato ai principi di sicurezza e di giustizia”. Infine, un grazie speciale agli italiani, che gli hanno permesso di diventare un ambasciatore internazionale della moda proprio grazie a creazioni realizzate in Italia.