Incapace di intendere perché ubriaco. Assolto per l’omicidio del figlio


La sentenza di appello rovescia la condanna a trent’anni in primo grado. Decisiva la perizia che ha decretato la cronicità dell’alcolismo


Ribalta e sorprende. È la sentenza di secondo grado che assolve – dichiarandolo innocente perché incapace di intendere e volereEnzo Carretto, il pensionato di 72 anni che nel gennaio del 2012 uccise a coltellate il figlio Giovanni, al culmine di un vortice di insulti e violenze.

In primo grado, Carretto era stato giudicato colpevole e contro di lui, decisa una pena di trent’anni. Trent’anni per punire una vicenda di alcol e botte, nell’ennesimo episodio di violenza, sfociato in omicidio, di un capofamiglia già noto ai servizi sociali per il vizio di esagerare con gli alcolici e ai carabinieri della stazione locale, per i soprusi contro la moglie e la figlia disabile.

Quella che va in scena da tempo nella palazzina popolare di Guagnano – entroterra leccese – è una triste scia di disagio domestico e maltrattamenti fisici. Ed è a questi che il figlio dell’ex operaio della Fiat-Hitachi, quella sera, decide di mettere fine. Giovanni, 32 anni, interviene nella lite per proteggere la madre e la sorella. La sua arma contro l’aggressività del padre, il suo corpo. E su quel corpo, il 72enne si avventa, offuscato da un tasso alcolemico molto elevato. Pari all’1,79 – diranno poi le analisi.

In primo grado, con rito abbreviato, il Gup Vincenzo Brancato condanna Carretto a 30 anni.
Ma due anni dopo, quel verdetto viene completamente ribaltato. I giudici d’appello, presieduti da Rodolfo Boselli, decidono infatti di accogliere la richiesta dei legali del pensionato, che chiedono una nuova perizia.

Eseguita da un medico legale e da uno psichiatra, l’indagine disposta dalla Corte d’Appello è la prima a parlare di uno stato di alcolismo cronico, talmente radicato da intaccare le capacità cognitive dell’uomo e rendere di fatto Carretto incapace di intendere e volere.

È la perizia, quindi, la chiave di volta di un ribaltamento così netto. E di un caso che vede il suo imputato trasformarsi in aggressore solamente quando ubriaco. L’esame condotto dagli esperti – spiega l’avvocato penalista Luca Giurato – ha certificato lo stato cronico di alcolismo e ha evidenziato una situazione di dipendenza totale e fuorviante. “Una dipendenza talmente netta – continua – da essere equiparata al vizio totale di mente”. Quello che, se verificato “si equipara allo status di incapacità di intendere e volere e, di fatto, rende la persona non punibile con una pena ma solo passibile di misura di sicurezza”.

L’abuso, sedimentato nel tempo, di sostanze alcoliche alteranti – unito al fatto che le violenze di Carretto sarebbero avvenute solo dopo la loro assunzione – hanno così trasformato in causa di non punibilità ciò che, di norma, viene considerata come un’aggravante. Perché – assicura l’avvocato Giurato – “per la giurisprudenza l’ubriachezza rappresenta un elemento di aggravio. Ma la sua deriva cronica si trasforma in causa che esclude la punibilità”. È per questo – chiosa il giurista – che un fatto di estrema rilevanza penale come l’omicidio del figlio e le reiterate violenze contro moglie e figlia continua a mantenere “la sua rilevanza, pur cancellando di fatto ogni possibilità di pena e punizione per il suo colpevole”.