Voto di scambio: pugno duro o favore alle mafie?


Il Senato ha approvato la riforma del voto di scambio politico-mafioso. I Cinque Stelle condannano la norma. L’associazione Libera è solo in parte soddisfatta


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L’aula di Palazzo Madama

Era il 1992 quando il decreto Scotti-Martelli introdusse per la prima volta il voto di scambio in Italia. I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano rimasti uccisi in due attentati mafiosi e si era aperta la stagione delle stragi.

Ieri, 16 aprile, il Senato ha rimesso mano a quella disciplina, approvando in quarta lettura il ddl 948-B. 191 sì, 32 no, 18 astenuti. E così la legge sullo scambio elettorale politico-mafioso non è più la stessa.

Lunghi i lavori, tante le polemiche. La proposta di modifica dell’articolo 416 ter del codice penale è rimbalzata tre volte tra Camera e Senato: modificata non poco negli ultimi mesi, è stata approvata  in via definitiva a Palazzo Madama. “Una buona notizia, un passo importante per la trasparenza delle nostre istituzioni”: così commenta l’ufficio di presidenza dell’associazione antimafia Libera.

A essere punito, non più solo il politico che versa, o promette di versare, denaro in cambio di voti (da ottenere con l’intimidazione mafiosa). Ma anche quello che dà o promette “altra utilità”. Un cambiamento di disciplina notevole, perché va dritto al punto: lo scambio in denaro è raro; quello con appalti, posti di lavoro, autorizzazioni, licenze, “favori è molto più frequente. E fino a ora non era punibile in base al 416 ter.

Ma se, da un lato, le maglie della norma sono state allargate, dall’altro si è eliminato il caso del politico che si “mette a disposizione” della criminalità per “soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa”. Un’ipotesi, quella della disponibilità, che era stata formulata dal deputato del Partito Democratico Francesco Sanna; ma poi eliminata, anche su suggerimento di vari magistrati, perché eccessivamente indeterminata. Durissimi gli attacchi dei Cinque Stelle: un “favore alle mafie” e nient’altro.

A tenere banco, però, anche un’altra novità: la riduzione della pena. Non più reclusione da 7 a 12 anni, come nella norma originaria (in linea con l’associazione mafiosa) e nella prima riformulazione proposta, quella di fine gennaio. Il 2 aprile, alla Camera, si è passati a un minimo di 4 e a un massimo di 10 anni. E a nulla è valso l’emendamento presentato da Felice Casson (PD) al Senato per ripristinare le pene originarie: quell’emendamento è stato ritirato, dopo le trattative con Forza Italia. A battersi per la pena originaria, così, sono rimasti solo i Cinque Stelle. Che hanno criticato il Partito Democratico parlando di “morte del 416 ter”. E hanno lanciato una campagna online, #fuorilamafiadallostato, per raccogliere firme contro quel che è ormai legge della Repubblica. “È semplicemente un’assurdità a cui questo Paese non avrebbe dovuto assistere. Sulla lotta alla mafia non bisogna mai arretrare di un passo”, queste le parole del deputato grillino Roberto Fico dalla pagina Facebook del Movimento.

Il Partito Democratico e Forza Italia, da parte loro, difendono la riforma. Come il Procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, che ha parlato di una “norma perfetta”. Con lui anche molti magistrati, che avevano giudicato troppo vago, quindi contrario ai principi costituzionali e inapplicabile, il concetto di “disponibilità” dell’uomo politico nei confronti dell’associazione mafiosa. E che avevano tentato di ridimensionare le polemiche sulla riduzione della pena: da un lato ricordando che raramente la condanna supera i 6, 7 anni (ampiamente coperti dalla nuova norma); dall’altro, che è pienamente giustificata una sanzione più leggera rispetto all’associazione mafiosa e al concorso esterno.

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Don Ciotti, fondatore di Libera, nella campagna “Riparte il futuro”

Di perplessità, però, ne rimangono. L’associazione Libera aveva chiesto con forza la modifica del 416 ter tramite la campagna anticorruzione “Riparte il futuro”. “Da anni si attendeva una riforma. Ce la chiedevano le 475mila persone che hanno firmato l’appello”, affermano dall’ufficio di presidenza. E una riforma la si voleva in tempi rapidi: prima delle elezioni europee del 25 maggio.

Ma a Libera non sono del tutto soddisfatti del risultato. “L’approvazione è positiva, ma c’è qualcosa che non va: la riduzione della pena”.

Infatti, il minimo dei 4 anni di reclusione (ridotto rispetto alla legge del ‘92) impedirebbe di far scattare l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Aumenterebbe il rischio di prescrizione. E difficilmente porterebbe alla detenzione in carcere del colpevole.

Anche voci interne al Partito Democratico, del resto, avevano ammesso qualche difficoltà. E qualche compromesso al ribasso. “Forse siamo passati da un eccesso a un altro”, aveva affermato Rosaria Capacchione, senatrice PD e giornalista, a lungo impegnata contro la Camorra.

Soddisfazione parziale o delusione totale, quindi. Resta da vedere quanto e come la nuova norma sarà applicata.