Cina: scioperano in 60 mila per un lavoro equo e tutelato


Scioperano gli operai della fabbrica che produce calzature per diverse multinazionali. Tra le richieste, migliore copertura assicurativa


Alcuni dei marchi internazionali per cui produce la Yue Yuen, la fabbrica teatro dello sciopero di 60mila lavoratori

Protestano. Lottano. Scioperano.
Chiedono migliori condizioni di lavoro e un sistema di previdenza sociale più equo.

Sono i 60mila operai della Yue Yuen, la fabbrica nel sud della Cina che produce scarpe per multinazionali come Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma e Timberland.
E sono scesi in piazza ieri, dopo la prima grande manifestazione dello scorso 5 aprile e lo stallo dei negoziati con i vertici dell’azienda dei giorni scorsi.

Per combattere il no dei dirigenti, il fronte degli scioperanti si è presentato unito, con una partecipazione che ha raggiunto livelli altissimi e ha reso quella di ieri una delle agitazioni tra le più significative nel Paese.
Importanti le rivendicazioni: gli operai chiedono migliori condizioni di lavoro, tutela e garanzie dei propri diritti, il pagamento dell’assicurazione obbligatoria, la copertura della previdenza sociale e gli incentivi per l’acquisto della casa.

Un tema, questo, particolarmente caro ai 60mila della Yue Yuen, per la maggior parte immigrati giunti dalle zone limitrofe nella città di Dongguan, dove la ditta ha la sua sede centrale. Tutti lavoratori che, in base alla legge cinese, non possono portare nella provincia in cui lavorano l’assicurazione sociale statale che ricevono nella provincia natale, a meno che non sia pagata una quota supplementare. Quella quota che gli operai non riescono a versare e che i dirigenti della fabbrica non sono intenzionati a concedere. E che ora rappresenta il nodo focale dello sconto.

E se nel 2011, durante un altro periodo di sciopero, l’azienda aveva bruscamente frenato le rivendicazioni dei propri dipendenti, sottolineando il basso impatto delle proteste sulla produttività, oggi invece i vertici della Yue Yuen sembrano spaventati dall’insistenza delle dimostrazioni.
La paura è che il gruppo non riesca a soddisfare le richieste dei clienti finali, le multinazionali che alla fabbrica commissionano i propri prodotti.

Un colpo pesante, soprattutto perché questa volta i lavoratori non sembrano disposti a cedere terreno. E soprattutto, perché lo sciopero di Dongguan non è il solo che sconvolge il Paese del Sol Levante: nell’ultimo mese l’attività della Focxonn, l’azienda cinese che costruisce gli iPhone, era stata bloccata da due giorni di sciopero mentre diverse agitazioni sindacali, indette contro i tagli al personale e allo stipendio degli assunti, erano state minacciate dai propri dipendenti alla Pepsi.
Ad aver incrociato le braccia, anche i mille lavoratori della Ibm di Shenzen, sempre nel sud del Paese, che hanno manifestato contro i licenziamenti messi in atto nell’ultimo periodo dalla sede cinese del colosso informatico americano.