Riforma Senato: Renzi a caccia di voti, ne servono 40


Allo stato attuale i senatori disposti a votare il testo uscito dal CdM sarebbero 120. Ne mancano una quarantina per raggiungere la maggioranza semplice


renzi_boschi_delrioUn governo PD-NCD, il patto sulle riforme tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, l’unanime convinzione che il bicameralismo perfetto debba essere superato. La logica porterebbe a pensare che ottenere la maggioranza sia cosa semplice. E invece così non è: il testo della Riforma del Senato – nella versione uscita dal Consiglio dei Ministri – fa storcere il naso a tanti. Quota 160 diventa difficile da raggiungere.

Problema numero uno, l’equilibrio interno al Partito Democratico. I senatori sono 107, ma – ad oggi – soltanto una novantina è certa di votare il testo. Sul resto del gruppo pesano le parole del Presidente del Senato Piero Grasso e le opinioni della “sinistra costituzionalista” del partito, legata a quelli che Renzi, nell’intervista del 31 marzo al Corriere della Sera, ha definito “professoroni” (Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà).

Altro ostacolo è rappresentato da Forza Italia. Secondo Maurizio Gasparri, il partito del Cavaliere “non porterà le patatine al party di Renzi”. Le parole fanno da eco alle dichiarazioni di Paolo Romani, capogruppo FI al Senato, secondo cui la discussione della Riforma “sarà un Vietnam”. Dopo la conferenza stampa di ieri di Renzi, tuttavia, a dare l’altolà ai suoi ci ha pensato Berlusconi in persona, ribadendo la sua lealtà agli accordi presi. I voti dei senatori azzurri (60), uniti a quelli del PD e delle altre forze governative minori (Scelta Civica, il gruppo Per le Autonomie, i senatori a vita), basterebbero a raggiungere la maggioranza semplice.

Infine, c’è il capitolo NCD (32 senatori a disposizione). Il partito del Ministro dell’Interno Angelino Alfano fa parte della maggioranza di governo e ha votato a favore del ddl in Consiglio dei Ministri. Ma Gaetano Quagliariello avverte: 

“La linea di Renzi è convincente: la riforma va avanti, ma verrà corretta e migliorata. E noi, numericamente, dovremmo essere decisivi”.

Facendo un calcolo approssimativo (l’equilibrio è fragile e la situazione è destinata a cambiare nei prossimi giorni), un unanime consenso tra gli esponenti dei partiti al governo permetterebbe di ottenere 162 voti (una maggioranza estremamente risicata). Aggiungendo i senatori di Forza Italia, si raggiungerebbe una più rassicurante quota 215, al limite della maggioranza qualificata dei 2/3 che escluderebbe addirittura il referendum costituzionale. Scontato il no del Movimento 5 Stelle, della Lega e di SEL; incerti i voti dei Popolari Per l’Italia (11), divisi tra le mini-correnti Casini e Mauro.

Per ora sono soltanto fragili ipotesi. Me è su questo valzer di numeri, in questa votazione decisiva (prevista per la fine maggio), che – per ammissione dello stesso premier – si gioca il destino del governo e il futuro politico di Matteo Renzi.