Matteo Renzi punta sulla scuola. Che intanto cade a pezzi


Il nuovo Premier ha pronti due miliardi da investire nell’edilizia scolastica. Ma dalle assunzioni alla durata degli studi sono tanti i problemi da risolvere


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Renzi, in visita ad una scuola a Siracusa

Un programma sull’edilizia scolastica di diversi miliardi di euro. “Perché non c’è politica alcuna che non parta dalla scuola”. Il neo Premier Matteo Renzi lo ha promesso nel discorso con cui ha chiesto la fiducia per il governo al Senato, e poi ripetuto alla Camera: riporterà al centro delle priorità dell’esecutivo il tema dell’istruzione, punterà sul rilancio della scuola come base per la ripresa del Paese intero.

Per far questo vuole partire dalle strutture dove i bambini italiani studiano ogni mattina. E che spesso sono fatiscenti, per non dire pericolose. Ha intenzione di visitarne una alla settimana, testarne lo stato, parlare con docenti e alunni: ha cominciato da Treviso, nella sua prima visita ufficiale, poi è stata la volta di Siracusa.

Ma – come ha ammesso lo stesso Renzi – “è chiaro che il tema dell’edilizia scolastica è parziale rispetto al grande tema dell’educazione”. Sono tante le problematiche che da anni affliggono la scuola italiana, dal rebus occupazionale dei docenti alla durata del corso di studi. E se il nuovo presidente del Consiglio vorrà davvero rilanciare l’istruzione in Italia dovrà affrontarle tutte.

EDILIZIA: L’ANAGRAFE CHE NON C’È  –Quella infrastrutturale è di sicuro una priorità. Le scuole della Penisola cadono a pezzi. E non solo metaforicamente: l’episodio che più ha fatto notizia è stato nel 2008 il crollo di un pezzo di soffitto al Liceo scientifico Darwin di Rivoli (in provincia di Torino), in cui perse la vita un ragazzo di 17 anni. Ma sono tanti gli incidenti di cui si parla meno perché non finiti in tragedia: negli ultimi mesi alcuni studenti sono rimasti feriti nel liceo Dettori a Cagliari e nella scuola elementare Marinella Bragaglia a Palermo

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Il crollo del soffitto al liceo Darwin, nel 2008

È solo la punta dell’iceberg di una situazione generalizzata e molto grave. Anche se non si sa fino a che punto. Già, perché l’anagrafe dell’edilizia scolastica (il censimento completo dello stato delle scuole del Paese), creata dalla legge Masini nell’ormai lontano 1996, non è mai stata realizzata. Nonostante siano trascorsi ormai quasi vent’anni. “Siamo contenti di vedere l’edilizia fra le priorità di un governo”, dichiara a Reporter Nuovo Vanessa Pallucchi, responsabile Scuola di Legambiente, associazione in prima linea nella battaglia per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. “Gli investimenti servono, ma da soli non bastano: ci vuole programmazione e un piano pluriennale credibile. E senza informazioni certe è difficile realizzarne uno”.

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Vanessa Pallucchi di Legambiente

A disposizione, attualmente, ci sono infatti solo alcuni macrodati, che non scendono nel dettaglio e sono molto poco rassicuranti. Su circa 40mila edifici presenti sul territorio, infatti, il 62% è stato costruito prima del 1974 (e dunque prima dell’introduzione delle norme antisismiche). Appena il 17% è in possesso di un certificato di prevenzione incendi, e in oltre il 40% delle strutture l’impianto elettrico non è a norma. E questo senza considerare lo stato degli elementi non strutturali, quelli che non hanno funzione portante (come controsoffitti, telai, ecc.) e che sono spesso i principali responsabili degli incidenti.

DUE MILIARDI DA SPENDERE – Da questi pochi numeri risulta evidente l’urgenza di un intervento. E delle cifre che potrebbero essere necessarie per incidere in maniera significativa sulla situazione. L’ultimo Decreto del Fare ha stanziato circa 450 milioni di euro fino al 2016. Ma come ha sottolineato Renzi nel suo discorso, gli investimenti devono essere “nell’ordine di miliardi e non milioni”. Qualche anno fa l’ex  direttore del Dipartimento di Protezione civile, Guido Bertolaso, aveva stimato in 13 miliardi il fabbisogno per mettere in sicurezza le scuole dal punto di vista sismico.

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La sede del Miur, a Roma

Le ultime voci da Palazzo Chigi parlano di circa due miliardi di euro di stanziamenti, che di fatto rappresenterebbero la somma dei dieci differenti piani lanciati dal 2002 ad oggi, e mai attuati. La prima tranche di questi soldi dovrebbe arrivare già in estate: circa 500 milioni di euro, dati dalla somma dei 150 milioni del Dl Fare, più i 300 milioni affidati all’Inail (Istituto nazionale assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro) e i 60 milioni, sempre dell’Inail, avanzati dal 2012. “Non sono tanti, né pochi”, commenta Pallucchi di Legambiente. “L’importante sarà spendere bene questi soldi”. Per farlo e sveltire i tempi, Renzi presto definirà una serie di poteri commissariali e straordinari da assegnare ai sindaci.

IL “GINEPRAIO DELLE ASSUNZIONI” – L’altro grande nodo è quello occupazionale, della formazione e del reclutamento dei docenti. Matteo Renzi sa bene quanto sia difficile in Italia diventare professori: sua moglie Agnese, la nuova “first lady”, insegna lettere da precaria in un liceo fiorentino. Nella sua condizione sono a decine di migliaia. Senza che il Miur (Ministero dell’Istruzione, università e ricerca) riesca a venire a capo di quello che i dirigenti ministeriali definiscono – ormai sconsolati – “il ginepraio delle assunzioni”.

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Un’immagine dell’ultimo “Concorsone”

Nel 2012 un nuovo “Concorsone” bandito da Viale Trastevere ha assegnato circa 11mila cattedre, dopo quasi 15 anni di attesa: l’ultimo concorso, infatti, risaliva addirittura al 1999. Quei posti, però, non sono stati del tutto distribuiti: colpa dei ritardi nell’espletamento delle prove. E della circostanza non marginale che in molte regioni sono ancora aperte le graduatorie ad esaurimento, in cui sono iscritti i precari storici. Una legge dello Stato impone che tutte le assunzioni autorizzate dal Ministero debbano avvenire per metà dal concorso e per metà dalle graduatorie. E questo rallenta l’assorbimento dei vincitori, con conseguente slittamento del prossimo bando.

Il progetto dell’ex ministro Francesco Profumo di indire concorsi a cadenza annuale o al massimo biennale sembra già naufragato. Mentre la nuova titolare del Dicastero, Stefania Giannini, ha rilanciato la proposta di passare alla “chiamata diretta”, con le scuole che provvedono autonomamente all’assunzione dei propri docenti, sul modello britannico. Ma un sistema simile potrebbe essere importato in Italia, senza scivolare nei soliti casi di familismo e raccomandazioni? I sindacati sono scettici. “È un modello di chiara impronta privatistica, mentre la scuola in Italia è pubblica“, afferma Marcello Pacifico, presidente dell’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori). “Le assunzioni devono rimanere su base nazionale”. Di certo, si tratterebbe di un’ulteriore rivoluzione in un settore che avrebbe disperato bisogno di continuità, dopo un decennio di stallo e caos.

STIPENDI: SCATTI O PREMI? – In una delle sue prime uscite pubbliche, il neoministro Giannini ha anche parlato della condizione salariale dei docenti italiani: “Sarebbe un bel passo avanti equiparare gli stipendi alla media europea, in modo da considerare gli insegnanti come una figura fondamentale nella società”, ha affermato. Un’altra promessa non facile da mantenere, considerata l’esiguità di risorse a disposizione.

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Il neoministro dell’Istruzione, Stefania Giannini

Ma più che ad un innalzamento secco (e difficilmente praticabile) dello stipendio, il Ministero potrebbe seguire la strada dei bonus di merito. Lo lasciano intuire anche le parole del ministro, a proposito di una possibile “revisione di un contratto mortificante, che non ha meccanismi premiali“. Attualmente, infatti, l’unica progressione di carriera ad appannaggio dei docenti è quella degli scatti di anzianità. Una certezza a cui gli insegnanti non vogliono rinunciare, anche per il diffuso scetticismo sui metodi di valutazione della scuola. “Queste vecchie impostazioni di stampo gelminiano non tengono conto della realtà, ovvero che il contratto nazionale della scuola è bloccato dal 2006”, afferma Domenico Pantaleo, responsabile di Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) Cgil. “Pensiamo a questo, prima di toccare i pochi diritti dei lavoratori della scuola”. Così il miglioramento delle condizioni salariali dei docenti resta un buon proposito per l’anno venturo. Senza che ancora si intraveda una soluzione condivisa da tutte le parti in causa.

LICEO PIÙ BREVE, ANZI NO – Altro elemento di discontinuità rispetto alla gestione precedente potrebbe riguardare la posizione sulla durata del corso di studi. In Italia il percorso di formazione degli studenti dura un anno in più rispetto alla maggior parte dei Paesi europei; ritardo a cui spesso vanno a sommarsi gli anni fuori corso accumulati all’università, e che costituiscono un handicap al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro.

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L’ex ministro Maria Chiara Carrozza

Per questo da anni si parla di una possibile riduzione del percorso. Francesco Profumo, prima della caduta del governo Monti, aveva pensato a tre diversi tipi di sperimentazione: iscrizione anticipata alle elementari a cinque anni, accorciamento della scuola primaria, accorciamento della scuola secondaria. L’ex ministro Maria Chiara Carrozza aveva deciso di puntare tutto su quest’ultima opzione: a novembre, infatti, era stato ufficialmente inaugurato il primo liceo in 4 anni, presso l’istituto paritario Guido Carli di Brescia. Una mossa che aveva scatenato le proteste di studenti e sindacati. Adesso Giannini prende tempo: “Non ho nulla di pregiudizialmente contrario, ma un approfondimento mi sembra doveroso”. Parole prudenti, che suonano come un rallentamento rispetto alle intenzioni della sua predecessore.

E così anche il tema della durata del corso dei studi resta aperto. Come l’annosa questione del percorso di reclutamento dei docenti e il miglioramento delle loro posizioni salariali. Senza dimenticare la rivoluzione digitale, annunciata da anni, sempre posticipata. Le problematiche sul tavolo del Miur sono tante. E se Matteo Renzi vuole davvero ristrutturare la scuola italiana non basterà mettere qualche pezza agli edifici.