Da Milano al Golan: un italiano che ha scelto Israele


L’esercito israeliano raccontato da Leonardo Aseni, un giovane milanese diventato soldato della storica Brigata Golani, al confine con la Siria


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La Brigata Golani

“La vita dell’addestramento dell’IDF, Israel Defence Force, è più dura di Full Metal Jacket.” Esordisce così Leonardo Aseni, ebreo milanese emigrato in Israele e soldato dell’esercito israeliano da 10 mesi. In questo momento si trova nelle alture del Golan, al confine nord con la Siria. “Ho chiesto esplicitamente di diventare un soldato di combattimento dell’unità Golani.” ha raccontato telefonicamente a Reporter Nuovo. Questa unità è nata nel febbraio del 1948, tre mesi prima della proclamazione della nascita dello Stato di Israele. Non c’è una guerra, da quella d’Indipendenza, a quella in Libano, passando per la guerra dei Sei giorni o dello Yom Kippur, a cui la brigata Golani non abbia partecipato. “Se dovesse scoppiare una guerra domani mattina saremmo i primi a dover entrare. Adesso siamo di stanza nelle Alture del Golan per prevenire attacchi terroristici o ingressi illegali nel Paese, ma in generale i Golani pattugliano tutte le zone calde, di confine: Libano, Siria, Gaza e West Bank (Cisgiordania) o Hebron.”

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Leonardo Aseni in divisa

CHAYAL BODED, I SOLDATI SENZA FAMIGLIA – Tanti, tantissimi sono i ragazzi ebrei che da tutte le parti del mondo si trasferiscono in Israele per “servire” il loro Paese: americani, francesi, sudamericani, russi, sudafricani. Leonardo racconta come è finito tra le fila del Tsahal, le forze armate israeliane. “Ho sempre avuto il sogno di essere un soldato da combattimento. Il mio amore per Israele nessuno me l’ha mai inculcato. I miei genitori vivono a Milano, mio padre è cattolico, mia madre ebrea. La mia famiglia in Israele, zii, cugini ecc, non sono esageratamente sionisti. La passione per questo Stato, e per tutto quello che c’è dietro, nasce dalle mie letture, dalla mia passione per la storia.” Avendo fatto l’Aliyà (ovvero esercitare il diritto di ogni ebreo di emigrare nello Stato di Israele) a 25 anni lui avrebbe dovuto fare solo 6 mesi di leva militare, ma ha scelto di farlo come volontario per 18 mesi

L’ADDESTRAMENTO – I primi 7 mesi sono quelli di addestramento. Ora invece Leonardo è ufficialmente un soldato della Brigata Golani. I primi 3 mesi sono i più difficili in assoluto dal punto di vista psicologico per tutti. La disciplina è rigidissima, si vive sempre con il cronometro al polso, “hai i minuti contati per farti la barba, per rifarti il letto, per andare in bagno, per fare tutto. La sveglia è alle 5 del mattino e se sei religioso e lo chiedi ti danno un’ora la mattina per pregare. La caserma è come una famiglia, tutti devono fare tutto. Ti può capitare la settimana in cui devi pulire i bagni, cucinare, lavare le pentole. A metà dell’addestramento arriva l’ora del giuramento: Io l’ho fatto al Muro del Pianto, il Kotel, a Gerusalemme.” Gli ultimi quattro mesi dell’addestramento sono meno duri mentalmente, la distanza con i comandanti si riduce, la rigidità si attenua. Però diventano più duri dal punto di vista fisico: il corpo si trasforma, corri per 15 km di seguito, si imparano ad usare le armi, a camuffarsi nella natura, a guidare i carrarmati.

GOLANI, L’UNITA’ DI COMBATTIMENTO – “Il fucile diventa l’estensione del tuo braccio. Lo devi portare sempre con te, quando vai in bagno, quando dormi, quando vai a fare la doccia. Non puoi separartene nemmeno in licenza, quando torni a casa. Golani vuol dire dormire per terra, strisciare tra le spine o imparare a stanare i terroristi” spiega Leonardo che da dieci mesi è tiratore scelto presso l’Unità Golani. Il racconto prosegue nel dettaglio, l’addestramento è severo e rigoroso e prevede esercitazioni simili alla realtà: “A volte capita di fare la settimana di guerra, una simulazione come se fossimo in una guerra vera. Stai in giro in missione con uno zaino da 40 kg addosso, con pochissimo cibo e pochissima acqua, facendo i turni per dormire perché devi stare sempre all’erta. Di notte abitualmente facciamo le pattuglie sentinella, stando per delle ore sulle torrette del confine.”

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Il berretto marrone della brigata Golani

IL BERRETTO MARRONE – Per ricevere il berretto marrone, il berretto dell’unità Golani, alla fine dei 7 mesi di addestramento bisogna fare la marcia dei 70 km. “La mia marcia è stata lo scorso 18 febbraio, racconta Leonardo. “Quesi primi 7 mesi sono stati i più difficili ma anche i più belli della mia vita.  Ho imparato a diventare un guerriero, ho capito cosa vuol dire essere israeliano, ho scoperto per la prima volta in vita mia cos’è il sacrificio e ho imparato a vivere senza l’aiuto di mamma e di papà.  Ho anche realizzato che davvero amo quello che faccio, che mi sento israeliano, che amo questa terra più di quanto amo me stesso e che farei di tutto per questo Paese. Non avrei mai pensato di potercela fare.”

 

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Stav Herling quando era comandante dell’esercito israeliano

UNA DONNA COMANDANTE – La leva obbligatoria in Israele vale tanto per gli uomini, che prestano servizio per 3 anni, quanto per le donne. Ma come vive una ragazza, appena diciottenne l’ingresso nell’esercito? Lo abbiamo chiesto a Stav Herling, studentessa israeliana di 24 anni di Tel Aviv, che 4 anni fa era comandante di un campo di avvio dell’esercito israeliano. “Nonostante fossi solo una ragazzina, è stata una fantastica esperienza. Avevo la responsabilità di una squadra di altri 20 soldati ed ero per loro quasi una madre.” Il racconto di Herling prosegue tra i ricordi ancora vivi di quell’esperienza che l’ha formata come persona ma soprattutto come donna: “Era una vera sfida essere comandante di una squadra di 20 soldati uomini che spesso avevano problemi a ricevere ordini da una donna, così dovevo sapermi guadagnare il loro rispetto. Sono felice di essere riuscita a rompere il famoso stereotipo secondo cui le donne sono deboli e non possono essere comandanti. E sono stata felice di spendere due anni della mia vita a servire l’esercito israeliano, è stata una grande esperienza che ha fatto di me una donna più responsabile e più forte. Questi due anni hanno cambiato completamente la mia vita.

SE NON IO, CHI? – Il sentimento che anima questi soldati e che non fa pesar loro il dover “regalare” gli anni della loro giovinezza alla Nazione, è incomprensibile se non ci sei “dentro”. La popolazione israeliana li sostiene, è orgogliosa di loro, si sente protetta dai loro soldati che sarebbero pronti a imbracciare un fucile e partire per la guerra, se questa dovesse scoppiare.  “Quando sei in addestramento non ci pensi che domani mattina potresti potenzialmente partire per la guerra, pensi – non è ancora il mio turno –  racconta Leonardo Aseni. “Il fratello del mio compagno di stanza nel 2006, mentre era ancora in addestramento, è dovuto partire dalla sera alla mattina per la guerra del Libano. Lui è rimasto scioccato, è diventato pazzo. Dopo aver visto dei suoi compagni morire è diventato pazzo, non riusciva a vedere un’uniforme senza andare in escandescenza. Così è andato via da Israele, si è trasferito negli Stati Uniti.”. Una testimonianza, quella di Leonardo, che da l’idea dei pericoli possibili al rientro alla vita normale.  La maggior parte dei ragazzi israeliani infatti, prestano il servizio militare a 18 anni, appena finito il liceo. Alcuni sono orgogliosi di dare la loro vita per lo Stato, altri aspettano semplicemente che la tempesta di sabbia passi. Sono necessari  3 anni perché questa si esaurisca.

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Account ufficiale Twitter dell’IDF

LA GUERRA MEDIATICA – “L’unico posto dove l’esercito israeliano perde è sui media. È quella la guerra che Israele deve imparare a vincere”. E’ questa l’opinione di Leonardo. Ormai l’IDF ha una vastissima presenza sui social media. Account Twitter, pagina Facebook, Youtube ed Instagram sono seguitissimi da migliaia di persone, israeliani ed ebrei sparsi per il mondo che possono vedere il “volto umano” della “macchina da guerra” israeliana.

Il resto del mondo non ha esattamente un’opinione così favorevole nei confronti dell’esercito israeliano, che appare come il male assoluto, il nemico dei palestinesi, il segregatore, colui che se la prende perfino con i bambini. I video di Youtube che denunciano prepotenze e violenze dei soldati israeliani non si contano più ormai. “Personalmente io non mi sento inumano, né conosco qualcuno che lo sia” racconta invece Leonardo.

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Account ufficiale Instagram dell’IDF

L’ossessione di apparire “migliori”, di apparire “più buoni” è dimostrata dalla massiccia campagna propagandistica messa in piedi. Le notizie diffuse dagli account ufficiali sono in ebraico, arabo, inglese, francese, russo e spagnolo. “Non è raro il caso di fotomontaggi che vogliono screditare l’esercito che girano su Facebook e che il sistema mediatico attorno all’IDF tenta di smascherare. Ad esempio in passato sono state usate fotografie di feriti scattate mesi prima in Siria spacciandole per foto di vittime palestinesi” racconta ancora Leonardo.

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Il rapporto di Amnesty International “Il grilletto facile”

IL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL – Nonostante l’IDF stia mettendo in moto una massiccia campagna mediatica per riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale continuano a verificarsi episodi di uso della forza sproporzionato da parte dell’esercito israeliano, come emerge dal rapporto ”Grilletto facile. Uso eccessivo della forza da parte di Israele in Cisgiordania”. Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury ha commentato a Reporter Nuovo: “Il rapporto si è basato sui dati raccolti nel 2013 dalle Nazioni Unite. Abbiamo riscontrato un aumento enorme delle uccisioni da parte dell’esercito israeliano e si è trattato di uccisioni di persone che non costituivano nella gran parte dei casi, una minaccia immediata per i soldati – spiega Noury –  L’IDF ha risposto al rapporto con una dichiarazione in linea con le posizione che le istituzioni israeliane hanno nei confronti di ogni rapporto di Amnesty International. Non comprendono perché noi non facciamo un’eccezione evitando di denunciare le violazioni che commettono vista la situazione “eccezionale”. Noi rispondiamo che la situazione eccezionale da un punto di vista giuridico non esiste e che le norme internazionali sull’uso delle armi da fuoco valgono in tutti i casi oltretutto stiamo parlando di Cisgiordania e non di Gaza quindi di situazioni di protesta e non di conflitto armato.” All’indomani della pubblicazione del comunicato non si è fatta attendere la replica dell’IDF che su Twitter e attraverso un comunicato ufficiale ha dichiarato che Amnesty International mostra “una totale mancanza di comprensione per le sfide operative poste alle forze armate”.

LA RISPOSTA DELL’IDF –  Riccardo Noury  ha commentato così alla replica dell’esercito israeliano: “Quello che mi pare interessante sottolineare della risposta dell’IDF è che loro sostengono che se c’è stato questo aumento delle uccisioni è perché sono aumentate le proteste da parte della popolazione palestinese. Ma a questo punto bisognerebbe anche spiegare perché sono aumentate le proteste. Ci sono delle ragioni che si chiamano “aumento degli insediamenti dei coloni”, “demolizioni di abitazioni palestinesi per fare spazio a colonie israeliane” ed altre questioni che rendono la popolazione della Cisgiordania insoddisfatta e che fanno aumentare le proteste e di conseguenza la repressione con la forza da parte dell’IDF.”

Il soldato Aseni, commentando la pubblicazione del rapporto di Amnesty spiega: “Qui il protocollo è rigidissimo. Continuano a ripeterci che prima di sparare ad una persona sospetta dobbiamo passare varie fasi: urlare in ebraico “Altolà, chi va là”, se non otteniamo risposta dobbiamo ripeterlo in Arabo. Se nessuno continua a rispondere bisogna mettere il caricatore nel fucile, per far capire che stiamo facendo sul serio. A questo punto spariamo due volte in aria, poi per terra e in caso estremo spariamo alle gambe.” Sebbene la procedura sia così rigorosa, la condizione di guerra è tutt’altra cosa. Le cronache quotidiane dalle “zone calde” del mondo raccontano una realtà diversa, che va ben oltre qualsiasi procedura militare o qualsiasi “volto umano” che l’esercito possa mostrare. Molti israeliani credono che i loro soldati siano degli eroi. Ma forse come scriveva Bertold Brecht “felice quel Paese che non ha bisogno di eroi.”