Università, 30mila iscritti in meno. Dove sono le matricole?


Meno iscritti alle università italiane. Colpa della crisi e di una sfiducia dei giovani nell’utilità della laurea


università vuotaMeno laureati nel Paese della dolce vita. Sono 30mila immatricolati persi in soli tre anni: lo rende noto una ricerca del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Un ritratto emblematico della società italiana, piegata dalla crisi e da una crescente sfiducia dei giovani nell’utilità della laurea.

Il numero dei diplomati che decide di proseguire gli studi diminuisce in modo inquietante. Se dieci anni fa si contavano più di 300 mila iscritti, oggi sono appena 260.245, scendendo del 3,4% solo durante l’ultimo anno quando sfioravano i 270mila. Interessante però, è notare che al calo degli immatricolati corrisponde un aumento dei diplomati, secondo la ricerca del ministero. Allora cosa hanno fatto i 30mila immatricolati in meno?

La situazione sembra confusa ma l’Unione Europea esige risposte chiare. Bruxelles pressa per aumentare il numero dei laureati, considerati fondamentali in un momento di ripresa economica che punta sull’innovazione. Ma la ricerca non sembra il punto forte dell’istruzione italiana.

Nel panorama italiano delle università che perdono matricole, mancano alcuni atenei telematici, ma sicuramente il quadro rimane disastroso. Pesa certamente la crisi economica: per le famiglie italiane che stentano ad arrivare a fine mese, mantenere un figlio all’università è diventato un lusso. La ricchezza media delle famiglie ha subito un calo netto, ma questa da sola non spiega la riduzione delle immatricolazioni. Il taglio dei fondi riservati all’università, ha portato a un aumento delle tasse universitarie e a una riduzione delle borse di studio per gli studenti meno abbienti. L’Italia infatti,  sembra collocarsi al terzo posto, dopo Gran Bretagna e Olanda, nella classifica dei Paesi con tasse più alte, secondo un’inchiesta del “Sole 24 Ore”. Sebbene alcuni economisti abbiano dimostrato che un aumento delle tasse per i fuori corso riduce i tempi di laurea e la possibilità di ritardi negli studi.

L’economista Daniele Checchi attribuisce il calo di immatricolazioni alla formula del 3+2, la riforma che nel 1999 ha introdotto corsi di laurea triennali al termine dei quali è possibile iscriversi a specialistiche biennali. Checchi spiega la “bolla del “3+2” come il fenomeno che ha portato a iscrizioni tardive adulti o diplomati da più di 3 anni. Chiara dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta, secondo cui l’eccessiva ed improvvisa offerta di un bene porta alla sua svalutazione. Quindi la formula magica del 3+2 avrebbe svalutato la laurea.

L’Italia poi, si sa, è un Paese sempre più vecchio. L’aspettativa di vita è sempre più lunga e il tasso di natalità è sempre più basso, senza contare tutti i giovani italiani che preferiscono emigrare. Stanchi, delusi, disperati, tra la rabbia e la rassegnazione, i giovani perdono sempre più fiducia nell’università. A che serve il “pezzo di carta”? sembrano chiedersi i ragazzi. Occorrono circa 8-9 mesi per trovare un lavoro dopo il diploma o la laurea, circa il doppio della media europea secondo alcuni dati Istat, e ancora altro tempo per ricevere il primo stipendio. E i giovani scoraggiati si perdono in questa interminabile Odissea. Eppure indagini Ocse confermano che la laurea garantisce maggiori possibilità di trovare lavoro e uno stipendio più alto.

Navigano a vista in questo mare tra scuola e lavoro, i giovani italiani che abbandonano le università, si battono per stage non retribuiti e prendono aerei per mete più felici. Non rimane che chiedersi, dove sono finite le matricole?