Ask, bullismo e anonimato della generazione 3.0


Nadia, ragazza quattordicenne suicida, è l’ennesima vittima della violenza anonima del web. Su Ask.fm è lecito insultare rimanendo senza volto


nadia-cittadella-padova-1Ai tempi della generazione 3.0 un clic può istigare al suicidio. Nadia, quattordicenne, domenica pomeriggio è salita al decimo piano di un hotel abbandonato, ha salutato le Prealpi e le campagne padovane e poi, si è lanciata nel vuoto. Una decisione in cui sembra avere avuto un ruolo anche il social network Ask.fm.

Nadia frequentava l’istituto per geometri Giacinto Girardi di Cittadella, era brava a scuola e aveva un ragazzo da qualche mese. Poi qualcosa si era rotto tra loro e anche questo venne registrato sul sito. Così una valanga di risposte travolse la ragazzina in cerca di aiuto sul web senza limiti e senza pietà. “Sei strana, meriti di stare sola,.. suicidati” è uno dei tanti commenti che la ragazza ha ricevuto sul sito. Erano in tanti sul web a buttarla giù, poi lei si è buttata veramente dall’ hotel abbandonato. Prima di Nadia, un altro ragazzo, Luca, 17 anni si era suicidato nello stesso modo.

Ora ci si chiede quale angoscia abbia spinto un’adolescente a tanta disperazione. “L’hotel dei sucidi” oggi è diventato un rudere, ma i familiari della ragazza se la prendono con Ask.“Chiudiamo questo ask maledetto!” chiede a gran voce il sindaco di Fontanaviva. Un appello a cui si uniscono i suoi familiari. E la procura di Padova ha aperto un’inchiesta sul suicidio di Nadia. Fra le ipotesi di reato appare chiara quella di istigazione al suicidio.

Nadia non è la prima vittima del sito lettone fondato nel 2010 con più di 80 milioni di utenti. Approssimativamente sono 9 gli adolescenti che si sono tolti la vita dopo aver ricevuto insulti sui social network. A settembre era stata trovata senza vita Rebecca Sedwick, dodicenne della Florida che aveva ricevuto tra gli ultimi messaggi anonimi su Ask ” Meriti seriamente di morire”. Così si era impiccata anche Hannah Smith, quattordicenne inglese.

“È un sito che vuole farsi i fatti tuoi ma non ha il coraggio di farlo a viso scoperto”, riassume brillantemente un’iscritta ad Ask. Il pericolo del social network risiede nell’anonimato, che risuona come un richiamo di sirena. Gli utenti, in maggioranza giovani, sono ammaliati dalla libertà che concede l’anonimato, ma inconsapevolmente scivolano negli abissi di un meccanismo che li intrappola. Il sito si basa principalmente sull‘interazione domanda-risposta in forma anonima. È possibile rispondere a domande e seguire i propri amici senza che loro lo sappiano. Una logica semplice: una mail ti avverte che qualcuno ti ha fatto una domanda. Tu rispondi pubblicamente, e tutti potranno poi commentare senza firmarsi. Un gioco facile e veloce dall’evidente asimmetria.

Se la velocità e la semplicità è ciò che gli adolescenti iscritti a una miriade di social network diversi richiedono, Ask risponde perfettamente alle loro esigenze. Alla stessa velocità con cui inviano messaggi su Snapchat, che dopo 20 secondi si distruggono, mandano insulti e minacce agli amici su Ask. La rete sembra fornire il mezzo per un più comodo bullismo. Scene di ragazzini che si picchiano davanti alle scuole o scritte offensive sui muri ormai sono passate in secondo piano. Il cyberbullismo invade ora anche le fiction, come “Disconnect” di Henry Alex Rubin.

Una volta iscritti la tentazione di rispondere è forte. Ancor di più lo è per teenager labili e facilmente influenzabili.

“Gli adolescenti hanno un costante bisogni di conferme, vogliono sapere dagli altri se stanno facendo bene o no. E qualcuno che si ferma sul tuo profilo, ti fa una domanda o lascia un commento assolve a quella funzione”,

spiega Sameer Hinduja, co-direttore del Cyberbulling Research Center.

Fenomeni del genere contribuiscono certamente ad aumentare quella forbice tra adolescenti assuefatti dai social network e genitori terrorizzati da mondi virtuali che non comprendono. I genitori dovrebbero invece, familiarizzare con queste tecnologie e parlarne apertamente. “Si chiede sempre ‘com’è andata a scuola?’ non ‘com’è andata su facebook?‘”, spiega il sociologo Giovanni Boccia Artieri. I social network dovrebbero essere desacralizzati e decostruiti, dal momento che i ragazzi ci spendono la maggior parte della loro giornata. O almeno è sui social network che si svolge la parte più significativa delle loro giornate. Farebbero bene dunque i genitori ad esorcizzare il mondo cibernetico in cui vivono i loro figli, iniziando a conoscerlo e capirlo.

“Su internet nessuno sa che sei un cane” recitava una vignetta nel New Yorker. Ci nascondiamo nel mare del web, illudendoci che in terra di nessuno tutto è permesso. Comodamente seduti in poltrona possiamo inviare droni, organizzare campagne d’odio contro gli utenti “amici” e allo stesso tempo mandare cuori e smile in chat.