Job Act: la ricetta di Renzi per combattere il precariato


Contratti indeterminati e flessibili e sussidio di disoccupazione per chi perde il posto di lavoro. Le principali novità nel Job Act di Renzi


Matteo Renzi, neo segretario del Pd e sindaco di Firenze.
Matteo Renzi, neo segretario del Pd e sindaco di Firenze.

Matteo Renzi propone il Job Act, un piano per il lavoro a cui il neo segretario del Partito Democratico sta lavorando con il deputato del Pd, Yoram Gutgeld, e che potrebbe essere varato a gennaio.

Tra i punti fondamentali della nuova riforma del lavoro, un contratto indeterminato-flessibile, un sussidio universale per chi perde il posto di lavoro e un intervento che rafforzi i centri per l’impiego. Questa è la ricetta di Renzi per combattere il precariato e ridare fiducia ai lavoratori, soprattutto ai più giovani. “Questa proposta vuole ridare ai giovani la possibilità di pianificare il futuro”, sostiene Gutgeld.

Per il neo segretario, il primo passo verso una maggiore stabilità contrattuale è il contratto unico di inserimento, ovvero un contratto a tempo indeterminato per tutti i neo assunti, che eliminerebbe, di fatto, i contratti precari. Il nuovo non andrebbe a sostituire quello tradizionale, ma sarebbe un’alternativa a quello precario. Per tutti i neo assunti, dunque, un posto fisso garantito, senza le tutele previste dall’articolo 18 e quindi con la possibilità per il datore di lavoro di licenziare i dipendenti “senza giusta causa”.

Proprio su questo punto le reazioni a sinistra sono state contrastanti. Per Sinistra Ecologia e Libertà, se il nuovo contratto punta a sconfiggere il precariato è sicuramente interessante, mentre per il viceministro all’Economia del Pd, Stefano Fassina, “se si tratta della proposta Ichino non produrrà un posto di lavoro in più ma soltanto un ulteriore abbassamento delle retribuzioni dovuto all’ulteriore indebolimento della capacità negoziale dei lavoratori”.

Il riferimento di Fassina alla “proposta Ichino” è fondato, dato che il contratto unico di inserimento, con abolizione dell’articolo 18, era stato proposto più volte in passato. Nel 2001 da Silvio Berlusconi, poi dai Ds e dal Pd (appunto con Pietro Ichino ed Enrico Morando) e infine da Mario Monti. 

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Secondo Renzi, inoltre, è necessario introdurre un sussidio universale di disoccupazione a sostegno di tutti quei lavoratori, precari o meno, che perdono il loro impiego. Da questo punto di vista, il Job Act sembra riprendere il sistema degli ammortizzatori sociali, dei cosiddetti “sussidi universali”, già ipotizzato dalla commissione presieduta da Paolo Onofri nel ’97, come ha precisato Filippo Taddei, responsabile economico del Pd. L’idea è quella di prevedere un reddito minimo garantito, inteso come “misura assistenziale e come contributo per l’avviamento di una vita autonoma”.

Aiuti economici a cui devono seguire “proposte formative di riqualificazione professionale“, affinché il disoccupato possa tornare ad essere competitivo nel mondo del lavoro. E in questo senso è indispensabile rafforzare i centri per l’impiego, al momento quasi tutti fermi, che in Italia intercettano solo l’1% dei contratti di lavoro, contro il 20% del Regno Unito.