Dieci anni dopo l’intervento in Iraq
Per gli americani fu una “vera idiozia”


Nell’anniversario dell’attacco preventivo deciso da Bush contro Saddam Hussein, la maggior parte della popolazione statunitense si scopre pentita della guerra, costata 4.500 vittime tra i soldati e oltre 112.000 civili iracheni uccisi


Era l’alba del 20 marzo 2003 quando l’America di Bush lanciò il cosiddetto “attacco preventivo” all’Iraq di Saddam Hussein. Dieci anni dopo, una nazione intera si riscopre pentita  per quell’intervento, che ha portato sì alla destituzione di Saddam Hussein, poi condannato a morte da un tribunale iracheno per crimini contro l’umanità, ma a un prezzo molto caro: sette anni di conflitto e un numero altissimo di vittime. A Washington l’anniversario è passato in sordina, senza interventi di rilievo. Obama si è limitato a rendere omaggio ai 4.500 soldati statunitensi uccisi. Alla popolazione civile è andata molto peggio: 112.000 morti.

Per molti quella fu “la guerra del petrolio”, di cui l’Iraq è ricco e che gli oppositori di Bush indicarono come il vero obbiettivo dell’intervento americano. Per giustificare l’attacco, Colin Powell, all’epoca segretario di Stato Usa, fornì al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le prove della costruzione di armi di distruzione di massa in territorio iracheno. L’anno seguente, nel 2004, fu però lo stesso Senato americano a riferire che gli elementi forniti da Powell erano ampiamente “ingigantiti, fuorviati, sbagliati”. Travolto dallo scandalo, il segretario fu costretto a dimettersi.

Bush, che decise di portare avanti la guerra nonostante la contrarietà di molti alleati degli Usa, Francia in testa, parlò di guerra per “liberare gli iracheni”. Dieci anni dopo, l’Iraq ha visto crescere enormemente il proprio Pil (+10% nel solo 2012) e, forte delle esportazioni petrolifere, il Paese è indicato come l’area destinata a crescere maggiormente nei prossimi anni in tutto il pianeta.

Una vittoria del popolo iracheno, dunque. O forse no, visto l’enorme squilibrio che si accompagna a questa crescita: l’Iraq produce ogni giorno petrolio per 300 milioni di dollari, ma il 30% della popolazione locale è al di sotto della soglia di povertà. Le disuguaglianze sociali sono forti, il settarismo diffuso, l’esercito influenza fortemente la vita politica. Il sanguinario regime di Saddam aveva avuto tra i pochissimi pregi quello di tenere unite (con la forza) le varie anime del Paese. Oggi l’Iraq è di nuovo insanguinato dalle lotte tra curdi, sunniti, sciiti, cristiani e arabi.

In questo contesto, gli Usa si trovano a fare i conti con la propria coscienza, divisi tra sostenitori e detrattori di un intervento costato, tra guerra e successiva ricostruzione, oltre 2.000 miliardi di dollari. Oggi, a dieci anni di distanza, quasi il 60% degli americani è convinto che si la guerra in Iraq sia stata una “vera idiozia”. Forse se ne sono accorti un po’ tardi.