Alfabeto minimo della campagna elettorale
Da agenda a zero, 2 mesi di parole in libertà


Di chiunque sia stata, l’idea di silenziare le vigilie elettorali è improntata alla più profonda e ammirevole saggezza. Ha quasi un respiro religioso. Tuttavia, considerando che viviamo tempi che bruciano con  fretta sempre maggiore quello che accade, ecco un alfabeto


Di chiunque sia stata, l’idea di silenziare le vigilie elettorali è improntata alla più profonda e ammirevole saggezza. Ha quasi un respiro religioso. Tuttavia, considerando che viviamo tempi che bruciano con  fretta sempre maggiore quello che accade, ecco un alfabeto minimo della campagna elettorale. Per ricordare, almeno in parte, quello che è successo nelle ultime settimane.

A, come Agenda. Quella di Mario Monti sembrava dover dominare la campagna elettorale, quella che avrebbe dovuto riunire le “forze responsabili”. Poi si è scoperto che era troppo simile ai desiderata di Angela Merkel, e si è volatilizzata. Stessa sorte per il suo autore-fantasma, Piero Ichino.

B, come Binocolo. È l’antico strumento che rischiano di dover utilizzare diversi habitué delle ultime legislature per scrutare Montecitorio.

C, come Conclave. Si riunirà a pochissimi giorni dalle elezioni: dovesse avanzare un cardinale – possibilmente a prova di scandali – potrebbe tornare utile in caso di stallo a Palazzo Chigi. Del resto c’è solo da attraversare il Tevere.

D, come Delusi. I più contesi. Berlusconi: “Grillo è un istrione che attira il voto dei delusi”. Giannino, prima che scoppiasse il magozurlì-gate, era “a caccia dei delusi del centrodestra“. Stesso discorso per Renzi: “Puntare ai delusi del Pdl”. Di sicuro devono essercene molti, di delusi.

E, come Evasione. Dopo averla fatta lievitare per decenni, è la più corteggiata dai politici italiani.  A seconda dei casi, il perfido mostro nasconde i soldi per il reddito di cittadinanza,  per la cancellazione dell’Irap, dell’Irpef, dell’Imu, per la sanità pubblica, per l’istruzione. Diciamo che sotto sotto c’è anche una discreta fetta di subconscio nazionale.

F, come Finanza.  È quanto meno imbarazzante che il partito più imbarazzato da uno degli scandali finanziari più scottanti degli ultimi anni sia l’erede del partito dei lavoratori. So it goes.

G, come Goal. I quattro che ha segnato Mario Balotelli in tre partite ribadiscono una volta di più che se fosse sempre campagna elettorale per i tifosi del Milan sarebbe una pacchia, se non altro.

H, come Hashtag. La conferma che, almeno in Italia, il famigerato assioma di McLuhan (Il medium è il messaggio) ha delle postille.  Per esempio: “qualsiasi sia il medium, si finisce in caciara”.

I, come Imu. Estesa alla prima casa dal governo Monti, con il voto favorevole di tutti i partiti che lo sostenevano. Strumento principe della remuntada berlusconiana. Il Cavaliere ha promesso, in caso di vittoria, di cancellarla e restituire agli italiani il denaro già prelevato. Per certificare la promessa, lo staff del quattro volte presidente del Consiglio si è premurato di inviare milioni di lettere. È la cara vecchia politica del “soddisfatti o rimborsati”. Quel genere di cose che di solito tratta “Mi manda Raitre”.

L, come Lista. Ovvero, “Del rinnovamento attraverso l’utilizzo di sinonimi”. Un caso di scuola per i linguisti.  Se “Partito” fa schifo, allora ecco pronta una sfilza di “liste”, “movimenti”, e così via. Addirittura Tremonti ha elevato la parola a un rango programmatico-ideologico: il suo partito, pardon movimento, si chiama Lista, Lavoro e Libertà.

M, come Morale. Impegnativa e indigesta, come quel cinghiale che in uno spot si piazza sul ventre dell’ammalato. A oltre trent’anni dall’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer, il concetto appare svuotato di senso. Impallinato. Tanto che si può comodamente liquidare la questione: le “tangenti si pagano, basta ai moralismi”; chi l’ha detto?

N, come  Non voto. Che poi l’italiano sia davvero geniale lo si capisce quando abbiamo visto quel tizio presentare la lista “Non voto”.

O, come  Oracolo. Ne servirebbe uno per scrutare l’orizzonte e sapere chi vincerà la partita più incerta, quella per la maggioranza in Senato. Pochi dubbi su chi sia l’incarnazione contemporanea dell’indovino: Alessandra Ghisleri; tra pochi giorni sapremo se sarà Tiresia, Cassandra, o mago Otelma.

P, come Primarie. Il vero successo del Partito democratico, se non altro a livello mediatico; così tale che per qualche settimana si è pensato che potesse estendersi anche al Popolo della Libertà. L’euforia, da quelle parti, è durata poco. Citofonare Samorì, Crosetto, Alfano, Meloni, Santanché, Sgarbi, e così via: tutti aspiranti alla Successione. Quanto a Mattero Renzi, accusato inizialmente dai suoi di essere praticamente un agente della Cia sotto copertura, è stato rispolverato per fare da “spalla” a Bersani, un ragazzaccio alla Pieraccioni.

R, come Rinuncia. Di sicuro i nostri sono, a livello di attitudine generale, più woytiliani che ratzingeriani. È chiaro, una volta di più, che con i tedeschi abbiamo poco da spartire, a meno che non si tratti di calcio.

S, come Stile. Quello urlato va sempre di moda. La sobrietà incarnata dal loden di Mario Monti sembra aver avuto vita breve. Associato come è al movimento di Scilipoti, anche chi parla di stile “responsabile” corre qualche rischio. Alla fine domina il bersanese, ma in salsa crozziana.

T, come Televisione.  Con tutto quello che è accaduto in questo febbraio 2013, Freddie Mercury doveva avere in mente la 63° edizione di Sanremo quando scrisse The show must go on.

U, come Urne. Quelle in cui si vota, nel proverbiale segreto. Il segretario nazionale del fu glorioso Partito repubblicano ha una sua personale raccomandazione: “Ogni voto, anche singolo, dato ai piccoli partiti, è un contributo alla crescita della democrazia. Quella italiana in particolare”. Già.

V, come Vittoria. Ammesso che il 25 febbraio qualcuno possa rivendicarla davvero.

Z, come Zero. È il grado che la classe politica italiana rischia di raggiungere in caso di ulteriori scandali, tentennamenti, litigi e amenità varie. Del resto c’è  sempre la vecchia legge di Murphy: “Toccato il fondo, si può sempre iniziare a scavare”.