Finito il tempo della sobria austerità
Campagna elettorale tra volgarità e insulti


Da


Qualcuno ci aveva creduto davvero. Con l’avvento del governo dei tecnici, dell’austerity e della sobrietà, si pensava che la campagna elettorale sarebbe stata all’insegna del fair play, della correttezza, della civile dialettica politica. È bastato poco, a cavallo di Natale, per far capire che non sarebbe stato così neanche questa volta. Anzi, ogni volta sembra peggiore della precedente. Merito della discesa in campo di Silvio Berlusconi (la sesta), e della «salita» in politica di Mario Monti. Complice la nascita del nuovo movimento di Antonio Ingroia, che rosicchia voti al centrosinistra mettendo a rischio una vittoria che pochi mesi fa sembrava scontata, gli ex-alleati della «strana maggioranza» hanno cominciato a darsele di santa ragione.

A Destra – Il punto è sempre quello: le tasse. Al centrodestra quelle decise dal governo monti proprio non piacciono, anche se, in Parlamento, le hanno votate. Il bersaglio è lui, il Professore, o «Professorino», per dirla con le parole di Berlusconi. Anche il «delfino» Alfano non si è risparmiato, definendolo «un estorsore». Quando Monti ha chiamato il Cavaliere «pifferaio», per via delle sue mirabolanti promesse elettorali, la risposta non è stata delle più raffinate: «Dice che io sono un pifferaio? Probabilmente vuole tassarmi anche il piffero». E ancora: Bersani «abbaia», «non so cosa abbia in testa».

Chi non merita insulti, invece, è Benito Mussolini. Proprio lui, il Duce. Berlusconi, nel Giorno della Memoria, ha ripetuto un vecchio adagio: «ha fatto molte cose buone». Ma nella sua coalizione sul tema sembrano essere particolarmente sensibili. Si va dalla nipote Alessandra Mussolini che, indignata, da del «testa di…» al giornalista Andrea Scanzi, reo di aver condannato il regime fascista, al leghista Mario Borghezio, per il quale «non c’è confronto tra Mussolini e Napolitano, il primo è un grande personaggio storico, di categoria superiore, l’altro invece è una nullità».

Vista la piega che sta prendendo la campagna elettorale del Popolo della libertà, è facile capire Giorgia Meloni, recentemente fuoriuscita per fondare Fratelli d’Italia, che ha dichiarato: «In quel partito provavo vergogna».

Al centro – Ma anche tra gli austeri professori «made in Bocconi» che hanno preso le redini del terzo polo il bon ton comincia a scricchiolare. Mario Monti, deciso a rivoluzionare la politica, a quella stessa politica si è dovuto, giocoforza, adattare. Bersaglio preferito sono naturalmente Silvio Berlusconi e le sue promesse pre-elezioni: «Corruttore, usuraio, fa voto di scambio». Pier Ferdinando Casini non è da meno: «È un buffone». Ma il Professore ne anche per il Bersani, definito «infantile» per la sua polemica sul bilancio europeo, e per il suo partito, «nato nel 1921». Può sembrare strano che Monti non abbia avuto parole altrettanto dure nei confronti di Nichi Vendola, considerato un pericoloso estremista. Ma il premier è stato chiaro: «Con lui lo spread salirà». Forse questo, nel mondo dei tecnici, è l’insulto peggiore.

A sinistra – «Se ci attaccano li sbraniamo». Non proprio un esercizio di tolleranza politica la risposta di Pier Luigi Bersani ai commenti del centrodestra sul caso Monte dei Paschi. Le metafore rurali sono care al segretario, che, sulla scorsa legislatura, si è espresso così: «Il porcellum non l’avremo abolito, ma noi del Pd il maiale l’abbiamo ammazzato». Inutile dire che a vestire i panni del povero suino c’è Silvio Berlusconi. L’enfant prodige Matteo Renzi, chiamato a difendere il fortino democratico dall’assedio, se la prende con Mario Monti nel nome della sempre presente rottamazione: «Il nostro partito nato nel ‘21? Forse si confonde con la sua data di nascita».

Niente a che vedere con l’acredine di Nichi Vendola, chiamato a recuperare i voti prosciugati a sinistra da Ingroia: «Monti è un Grillo in loden, vuole fare la badante di Bersani». Il leader di Sel, quando si tratta di equità sociale, scomoda addirittura inferno e paradiso: «penso che i super-ricchi debbano andare al diavolo – ha dichiarato – credo che Putin abbia le sembianze del demonio».

Movimento 5 stelle – Se c’è un maestro incontrastato dell’insulto politico è Beppe Grillo. Complice la sua «formazione» televisiva, il comico genovese non risparmia nessuno. Berlusconi è «lo psiconano, testa d’asfalto, sotto azoto liquido», Monti «rigor Montis, mendicante», Bersani «Gargamella, zombie, quasi morto», per citare i meno volgari. E Grillo, che il guru Gianroberto Casaleggio ha modestamente paragonato a Gesù Cristo, anche in questa campagna elettorale non si è certo trattenuto. Qualche esempio? I parlamentari: «Se ne devono andare, tutti! Facce di bronzo, facce di m…, facce da impuniti, sono come Hitler nel bunker di Berlino mentre da ordini a divisioni che non esistono più». Su Palazzo Madama e Montecitorio il leader del M5S, arringando le folle in un comizio, è arrivato ad invocare l’attacco di Al-qaeda: «Musulmani: noi non c’entriamo niente! Se proprio volete mandare qualche missile, vi diamo noi le coordinate: Roma, ed il punto è chirurgico: il Parlamento italiano».

Se l’appello di Beppe Grillo non verrà ascoltato, tra poche settimane sapremo come sarà il parlamento che verrà. Certo, viste le premesse, non c’è da stare molto tranquilli.