Ilva, emendamento
per salvare i lavoratori
Il gip nega il dissequestro


Si permetterà la commercializzazione dei manufatti prodotti dall’acciaieria, attualmente sotto sequestro


Il governo interviene per ritoccare il decreto ‘Salva Taranto’ e per evitare che altri 1400 lavoratori vadano a casa. Il Consiglio dei ministri ha deciso di presentare un emendamento che in qualche modo contrasti la decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto Patrizia Todisco, che aveva negato all’Ilva il dissequestro della merce prodotta tra il 26 luglio (data del sequestro degli impianti per disastro ambientale) e il 3 dicembre, data di emanazione del decreto.

IL MINISTRO DELL’AMBIENTE – L’emendamento interviene permettendo la commercializzazione dei manufatti prodotti dall’acciaieria, attualmente sotto sequestro e conservati sulla banchina dell’area portuale dell’Ilva. Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha specificato che il provvedimento “serve a dare coerenza alla necessità di garantire la continuita’ produttiva dell’Ilva”. Clini difende l’intervento dell’esecutivo, chiarendo che “anche la commercializzazione fa parte del ciclo produttivo. E siccome il decreto legge assicura la continuità anche produttiva, l’Ilva deve tornare in possesso dei prodotti”. Per la prima volta, evidenzia il ministro, “i Riva hanno sottoscritto l’Aia che li impegna a severe prescrizioni. Comunque a me non interessano le persone ma salvare l’occupazione e il risanamento”, ha concluso.

LAVORATORI LICENZIATI – La decisione del gip, che aveva rigettato l’istanza presentata una settimana prima dall’Ilva per riappropriarsi della merce,  aveva scatenato una vibrante protesta da parte dell’azienda, che aveva minacciato il licenziamento, data l’impossibilità di produzione, di più di 4000 lavoratori, sparsi tra i vari stabilimenti.

LA NOTA DELL’AZIENDA – L’annuncio era stato dato con una nota. “Da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400  dipendenti, appartenenti prevalentemente alle aree della laminazione a freddo, tubifici e servizi correlati, rimarranno senza lavoro. Il numero di questi lavoratori – si legge nel comunicato dell’Ilva – si andrà a sommare ai 1.200 dipendenti già attualmente in cassa Integrazione per le cause già note quali la situazione di mercato e le conseguenze del tornado che ha investito lo stabilimento di Taranto lo scorso 28 novembre”. E Taranto sarebbe solo punto di partenza, la minaccia di licenziamenti a catena coinvolgerebbe poi di seguito tutti gli stabilimenti, italiani ed esteri: “Si fermeranno poi gli impianti Ilva di Novi Ligure, Genova Racconigi e Salerno, dell’Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia, nonchè tutti i centri di servizio Ilva, quali Torino, Milano e Padova, nonchè gli impianti marittimi di Marghera e Genova. Tutto ciò comporterà, in attesa di ricostituire la scorta minima per la ripresa dei processi produttivi, una ricaduta occupazionale che coinvolgerà un totale di circa 2500 addetti. Le ripercussioni maggiori si avranno a Genova e Novi Ligure dove nell’arco di pochi giorni da oggi, saranno coinvolte circa 1.500 persone (1.000 su Genova e 500 su Novi Ligure)”.

LE MOTIVAZIONI DEL GIP – Il gip, invece, aveva respinto l’istanza per garantire il divieto di retroattività della legge, “fondamentale valore di civiltà giuridica e principio generale dell’ordinamento”.

PRODUZIONE SOTTO CHIAVE – Sotto sequestro rimangono 1 milione e 700mila tonnellate di coils, tubi e bramme per un valore stimato di quasi 1 miliardo di euro.