Gambizzato a Genova Adinolfi, ad di Ansaldo
Gli investigatori: “Usato metodo da Br”


Ore 8.15, via Montello, Genova: il dirigente di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi esce dall’elegante condominio dove abita con la sua famiglia e si avvicina alla sua auto. Sta andando a lavorare. Due uomini vestiti di scuro su una moto Yamaha


Ore 8.15, via Montello, Genova: il dirigente di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi esce dall’elegante condominio dove abita con la sua famiglia e si avvicina alla sua auto. Sta andando a lavorare. Due uomini vestiti di scuro su una moto Yamaha XMax lo seguono piano. Entrambi hanno un casco scuro. Uno dei due scende dalla moto, segue l’ingegnere a piedi, e prima che questi faccia in tempo a salire sull’auto gli spara a bruciapelo alle spalle. Un colpo ravvicinato al ginocchio. Poi fugge. Adinolfi crolla a terra con un grido. Sono le 8,20. Inizia un incubo che riporta Genova agli anni di piombo.    Il figlio di Adinolfi, Francesco, 22 anni, si avvicina al padre, prende il cellulare e chiama l’amico di sempre, il professor Federico Santolini, primario di Ortopedia all’ospedale san Martino di Genova: ”Federico, aiutami, hanno sparato a papa”’. Mentre Adinolfi veniva portato all’ospedale, dove l’attendeva la sala operatoria, i carabinieri del nucleo investigativo e del Ros hanno iniziato un lungo e complesso lavoro di analisi delle tracce in via Montello. Chiusa la strada, sono stati cercati i bossoli in base alle prime testimonianze che parlavano di 3 colpi di pistola. Uno e’ stato trovato subito e i caratteri cirillici sul fondello hanno portato a capire quasi immediatamente che si trattava di una pistola calibro 7,62 Tokarev, di fabbricazione russa. La ricostruzione di quanto avvenuto, resa possibile dalla testimonianza del portiere e dello stesso Adinolfi, sentito dai carabinieri prima che entrasse in sala operatoria, hanno consentito di capire il modus operandi dell’agguato.    E’ stato lo stesso Adinolfi a dare le prime indicazioni, importantissime, agli inquirenti. Il dirigente prima di svenire ha visto gli ultimi numeri della targa del maxiscooter che e’ stato rintracciato dalla polizia a tre chilometri dal luogo in cui il commando ha sparato. Lo scooter era stato rubato tre mesi fa proprio a Genova.    Mentre gli inquirenti lavoravano sul campo, Adinolfi e’ stato trasferito in sala operatoria dove il professor Santolini , verificata con un esame radioscopico una lesione marginale alla tibia, ha eseguito una revisione della ferita d’arma da fuoco, l’ha drenata e poi ha disposto una terapia in camera iperbarica per ridurre il pericolo di sepsi dell’osso. Durante l’intervento Adinolfi ha parlato con il suo amico: tra l’altro gli ha detto che la giornata era bellissima ”piena di sole, mai mi sarei aspettato che succedesse questo”.    L’intervento, eseguito con una anestesia locale, e’ terminato dopo 40 minuti e Adinolfi, terminata la terapia iperbarica, e’ tornato in camera dove ha ricevuto l’abbraccio dei familiari e il saluto dei dirigenti di Ansaldo Energia prima di vedere il pubblico ministero incaricato delle indagini Silvio Franz. Adinolfi e’ apparso sereno, stanco ma tranquillo, e ha risposto puntualmente alle domande del magistrato, ricostruendo con lui le fasi dell’agguato.    Nessuna minaccia precedente, nessuna rivendicazione a posteriori. Diranno in serata gli inquirenti che si e’ trattato di un ”chiaro atto terroristico”, anche se la matrice non e’ ancora chiara. Ma il modus operandi e soprattutto l’arma usata non lasciano molti margini di dubbio. Certo e’, dicono gli inquirenti, che chi ha sparato non voleva uccidere, tanto e’ vero che e’ stata praticamente appoggiata l’arma al polpaccio di Adinolfi per ”non sbagliare, per non rischiare di colpire organi vitali”. Chi ha sparato voleva mandare un messaggio, lasciare un segno. Ecco perche’ carabinieri, polizia e magistrati attendono la rivendicazione che in qualche modo ‘spieghi’ il perche’ di un atto che ha riportato Genova indietro di 40 anni, quando le formazioni armate che si riferivano alle Brigate rosse e le stesse colonne brigatiste utilizzavano questo metodo a scopo punitivo, intimidatorio o dimostrativo.    Comunque, nessuna pista resta esclusa: non quella politica, non quella del lavoro, non quella ecoterrorista. Ma e’ quella eversiva che per adesso convince di piu’ gli investigatori. Per questo si attende una rivendicazione.    Intanto Genova, che sta portando a termine le elezioni del primo cittadino, s’indigna. Il presidente della Cei e arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco ammonisce: ”La violenza non costruisce niente, ma distrugge solo”, mentre Sabina Rossa, figlia di Guido ucciso dalle Brigate rosse nel 1979, si dice convinta che ”nessun terrorismo e’ nato dal disagio sociale”. ”Il gesto compiuto questa mattina mi fa pensare piuttosto a un atto terroristico. Non vorrei che si volesse zittire il dissenso che viene manifestato all’interno delle regole democratiche”. (ANSA).