“La forza delle mafie è fuori dalle mafie”
Don Ciotti e 100 mila in corteo a Genova


Applausi per la decisione del Governo di voler celebrare i funerali di Stato per Placido Rizzotto


Hanno risposto in oltre centomila all’appello di Libera e Avviso Pubblico, la rete degli enti locali e delle Regioni per la formazione civile contro le mafie, in occasione della 17ema Giornata della memoria e dell’impegno contro tutte le mafie. L’appuntamento che ogni anno, a partire dal 1995, annuncia simbolicamente l’inizio della primavera quest’anno si è svolto nel capoluogo ligure. Ad aprire il corteo, come sempre, sono state le centinaia di parenti delle oltre 800 vittime della criminalità organizzata
che indossavano una maglietta bianca con scritto il nome del loro caro ucciso dalla malavita. Dietro di loro, scout, studenti, amministratori con la fascia tricolore e i gonfaloni, sindacalisti, associazioni laiche e cattoliche, quel vasto ed eterogeneo popolo della legalità unito da un obiettivo più grande: battere tutte le mafie. Hanno sfilato tutti insieme, composti e mescolati senza soluzione di continuità, da Piazza della Vittoria al Porto Antico, per poi radunarsi  alle spalle delle architetture avvenieristiche di Renzo Piano e ascoltare in religioso silenzio i nomi di tutte le vittime letti dal palco, quasi a volersene riappropriare. Un bel risultato per il movimento antimafia, non scontato in tempi di così diffusa disaffezione politica, di nuove tangentopoli all’orizzonte, corruzione e concussioni dilaganti e sentenze che sembrano non voler restituire al nostro Paese neppure un briciolo di verità giudiziaria. Il Governo Berlusconi, quello delle leggi ad personam approvate in nome dell’impunità, travolto dall’impeto dei mercati, ha ceduto il posto alla sobrietà dei tecnici di Mario Monti. L’Italia ha potuto così è recuperare un po’ di credibilità intenzionale e avviare dei timidi percorsi di risanamento economico e morale. Don Ciotti dal palco lo riconosce ma ammonisce: “La vecchia politica non si dà per vinta, è in agguato, sempre pronta a muoversi in quella zona grigia costituita da segmenti di illegalità e malaffare e da intrecci con la peggiore imprenditoria e con il mondo delle professioni” – e riferendosi alla recente sentenza della Cassazione sul processo a Marcello Dell’Utri, ha aggiunto – “Il concorso esterno in associazione mafiosa esiste ed è stato utile alla magistratura per incidere proprio su quei legami, ora c’è chi vorrebbe indebolirne la fattispecie di reato e ho il dubbio che questo faccia parte di una strategia lucida e precisa, la stessa che non ci ha permesso ancora di sconfiggere le mafie in 150 anni di unità d’Italia. Le parole sono stanche e vogliamo vederle tradotte in atti concreti”.  La forza della mafia, ricorda ancora il fondatore del Gruppo Abele, è fuori dalla mafia e di zone grigie ce ne sono molte, anche nella Chiesa: “La mafia è incompatibile con la fede più autentica, ci vuole più radicalità, più fermezza. I mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa ma lo sono anche le facce d’angelo”.

Porta d’Europa – “Genova porta d’Europa”, così recitava lo slogan della 17ema giornata di Libera, a testimoniare che gli interessi delle mafie non hanno confini e provenienze, non temono ostacoli ma a ricordare anche che Genova è il crocevia di tante culture, quelle dei naviganti che l’hanno attraversata rendendola una tra le città italiane più mitteleuropea. Una città proiettata nei verso l’esterno, nonostante il rincorrersi degli stereotipi sull’avarizia materiale ed emotiva, per lo più presunta, dei suoi abitanti. Genova in questi due giorni non si è smentita. Se mai ci fossero stati dubbi sull’accoglienza che avrebbe potuto riservare a Libera e sull’empatia con i suoi principi di legalità, democrazia e non violenza, bastava comperare sabato una copia del Secolo XIX e notare subito la prima pagina dedicata al ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio con l’interminadibile elenco delle 824 vittime di mafia e alcuni degli aforismi più celebri di Giuseppe Fava, Rosario Livatino, Mauro Rostagno, Rita Atria.  Bastava essere venerdì sera al teatro Carlo Felice, il cuore della cultra genovese, in occasione della prima teatrale del monologo tratto da “Le ribelli – Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore” di Nando dalla Chiesa e recitato per l’occasione da Lella Costa o addentrarsi per i vicoli e i carruggi della Maddalena, quelli “dove non batte mai il sole”, riecheggianti le note delle più belle canzoni sociali di Fabrizio De André, Joan Baez e John Lennon suonate da artisti di strada, per capire quanto Genova fosse coinvolta.
Estremo Ponente – «La cementificazione favorisce le infiltrazioni criminali, i casi di Bordighera e Ventimiglia dimostrano infiltrazioni anche in Liguria. Non c’è da stupirsi», così aveva affermato Don Ciotti nella conferenza stampa alla vigilia della manifestazione di Libera. I processi, così come le cronache sui quotidiani lo raccontano quotidianamente: negli ultimi due decenni le mafie si sono radicate stabilmente nelle regioni settentrionali, dall’edilizia, trasporto, movimento terra, sanità e l’immancabile smaltimento dei rifiuti. Una recente relazione della Direzione nazionale antimafia conferma che le mafie hanno messo le mani sulla Liguria: “Proiezioni finanziarie ed imprenditoriali della famiglia mafiosa degli Arenella nel settore della cantieristica navale ligure, segnatamente presso gli impianti di La Spezia”. Questo senza dimenticare, come già accennato poc’anzi, la decisione assunta solo nel febbraio scorso dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, di sciogliere il Comune di Ventimiglia per sospette infiltrazioni mafiose. La Liguria dunque non è più, come si è creduto per anni, “un’isola felice” e la presenza di centinaia di familiari delle vittime di mafia aveva proprio l’obiettivo di dimostrare quale può essere il costo sociale e umano della criminalità organizzata e della sua pericolosa quanto colpevole sottovaluzione.