Bombardamenti a Homs, morti 18 neonati
Cnn: il Pentagono prepara piani di intervento


Dopo i bombardamenti sugli ospedali, manca l’energia elettrica e 18 neonati muoiono nelle incubatrici. Sale a 61 il numero delle vittime a Homs tra ieri e oggi. Ieri la visita a Damasco del ministro degli Esteri russo


Ancora violenze e morti in Siria. Ancora Homs al centro della lotta. Da tre giorni la città ribelle è sotto i bombardamenti dell’esercito di Assad, che ha piazzato i propri carri armati sulle alture circostanti. In seguito agli attacchi governativi della scorsa notte, e ancora in corso, sarebbero 61 i morti tra i civili. Il taglio dell’energia elettrica avrebbe provocato la morte di 18 neonati tenuti nelle incubatrici in ospedale a Homs. Lo riferiscono i Comitati di coordinamento locali degli attivisti e la tv panaraba Al Arabiya, mentre l’altra televisione, Al Jazeera, mostra in diretta le immagini dell’attacco. Nel pomeriggio l’esplosione di un’autobomba ha provocato altri morti e feriti nel quartiere di Bayada. “La situazione umanitaria a Homs è disastrosa (…) Non c’è modo di fuggire o trovare rifugio. Siamo in trappola”. E’ la testimonianza di Shadi Juri, abitante di Bab Amro – uno dei quartieri più colpiti della città – rilasciata via Skype all’agenzia Ansa.

Gli Stati Uniti, intanto, ammettono l’ipotesi di un intervento militare contro il regime siriano. “Si tratta solo di piani operativi, per essere pronti in caso si dovesse passare all’azione”, afferma una nota del Pentagono trasmessa dalla Cnn.

I morti di Homs di ieri vanno ad aggiungersi alle oltre 7 mila persone uccise in 11 mesi di guerra in Siria. Sono le cifre degli attivisti dei diritti umani, mentre la “conta” dell’Onu si è fermata a 5.400 vittime, non potendo confermare molte delle notizie che arrivano dal Paese. Un dato più preciso arriva dall’Unicef: 400 bambini uccisi, spesso dopo torture in carcere. E altri 400 almeno arrestati, torturati o vittime di abusi sessuali.

Dopo che Stati Uniti e Gran Bretagna avevano ritirato nei giorni scorsi i propri ambasciatori, anche Italia, Francia, Belgio e Olanda hanno richiamato i loro per consultazioni. Più duri i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo che hanno espulso i capi delle missioni diplomatiche siriane. “E’ importante avere persone sul terreno, considerando che non possiamo contare sulla libertà di stampa”, ha detto l’alto rappresentante Ue Catherine Ashton. Annunciando così che l’Europa non ha intenzione di ritirare definitivamente le proprie delegazioni. Tre team di emergenza, intanto, con esperti in missioni civili e umanitarie, stanno per essere inviati a Beirut, Amman e Damasco per “coordinare l’azione Ue sul terreno in vista delle future operazioni, inclusa l’evacuazione delle migliaia di cittadini europei” dalla Siria.

Ieri, intanto, accoglienza trionfale, a Damasco, per il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Dopo il veto congiunto di Russia e Cina di sabato scorso sulla risoluzione di condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu, il capo della diplomazia russa è stato ricevuto quasi da eroe. Una folla di gente assiepata ai bordi della strade a fare da scudo al corteo di macchine. Foto dei due presidenti che ricorda tanto il periodo della Guerra fredda quando l’Unione Sovietica appoggiava il regime di Assad padre. Una missione “molto produttiva” ha dichiarato Lavrov. Assad gli avrebbe assicurato che entro pochi giorni verrà fissata la data del referendum sulla nuova Costituzione, che verranno aperte delle trattative con i ribelli e che cesseranno le violenze. Assieme al ministro russo è arrivato a Damasco anche il capo dei servizi segreti (Srv) Mikhail Fradkov. La sua presenza non è stata spiegata ufficialmente e non è chiaro il suo ruolo in questa visita.

Le ragioni dell’appoggio della Russia al regime di Bashar Al Assad sono più d’una. La vecchia alleanza; gli interessi economici, soprattutto la vendita di armi; e la voglia di sfruttare il declino degli Usa in Medio Oriente per riaffermare il proprio ruolo nella zona. E poi c’è anche una tattica di difesa. Mosca si oppone alle ingerenze nelle questioni interne di altri stati, dimostrando di non condividere la tecnica dell’ “esportazione della democrazia”. Con le elezioni presidenziali alle porte, e le manifestazioni contro eventuali brogli che sono già cominciate da settimane nelle principali città – con il possibile ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine – al Cremlino non vorrebbero di certo nessun tipo di ingerenza straniera.