“Con questa lettera rassegno, con molto rammarico, le mie dimissioni dalla carica di ministro dell’Energia e del Cambiamento climatico. Ho intenzione di portare avanti una convinta azione di difesa per contrastare le accuse che mi sono state rivolte, e ho raggiunto la conclusione che rimanere in carica costituirebbe un disturbo sia per un simile impegno, sia per i miei doveri politici e istituzionali”.
Si è dimesso per una multa il ministro britannico Chris Huhne, numero due del partito Liberal-democratico? Non solo. L’accusa, per lui, è quella di aver chiesto nel 2003 all’allora moglie Vicky Pryce di addossarsi la responsabilità di una contravvenzione per eccesso di velocità.
Non molto tempo dopo, purtroppo per lui, la moglie ha scoperto che il ministro intratteneva una relazione con una donna più giovane. A quel punto lo ha lasciato e ha raccontato alla polizia la sua versione dei fatti: alla guida, in quel giorno disgraziato, ci sarebbe stato proprio lui, Chris Huhne.
L’inchiesta giudiziaria che ha seguito queste vicende si è conclusa stamattina con la decisione di incriminare l’ormai ex ministro e di sottoporlo a processo per il reato di “ostruzione alla giustizia”. Chris Huhne si è subito dichiarato – come da copione – innocente. Ma c’è un risvolto curioso: l’ex moglie, una nota economista, è stata a sua volta incriminata come complice del reato.
Il tema del rapporto tra etica e politica, nel Regno Unito, è tradizionalmente ritenuto degno di una certa attenzione. Il ministro, infatti, ha scelto la via delle dimissioni ancor prima dell’inizio del processo. Prima di essere riconosciuto da un tribunale colpevole o innocente.
Ma su di lui grava il sospetto di aver ostacolato il normale corso della giustizia, imbrogliando la polizia, gli investigatori e i suoi elettori. E se un tribunale dimostrasse che un ministro è un conclamato mentitore, i cittadini britannici, probabilmente, non sarebbero disposti a tollerarlo.
