Doppiamente ricattato. Stretto tra la necessità di dover affrontare le minacce delle mafia e l’insicurezza di un lavoro precario. Questo è Giovanni Tizian, trent’anni non ancora compiuti, emigrato da bambino dalla Locride a Modena, solo pochi anni dopo la morte di suo padre Peppe ucciso dalla ‘ndrangheta in un agguato sulla statale 106 Jonica.
Vent’anni dopo in Emilia, Giovanni sentirà lo stesso inconfondibile odore, quello acre e pungente che non ha mai dimenticato dopo l’incendio doloso che distrusse la fabbrica di suo nonno. Perché Giovanni è un giornalista che scrive di mafia al nord. In lui impegno civile e dovere professionale convergono verso lo stesso obiettivo: combattere l’illegalità.
Racconta quotidianamente gli intrecci fra imprenditoria, politica e crimine organizzato che inquinano la bellezza di luoghi che per molti sembrano lontani anni luce dalle dinamiche mafiose, come l’appennino Tosco-Emiliano o la ricca Brianza. Eppure qui già da molto tempo, nel silenzio generale, la mafia fa affari, ricicla, investe e corrompe. “Il mafioso non chiede il pizzo ma offre servizi a prezzi più bassi alterando la concorrenza. Spesso – spiega Tizian – gli imprenditori o politici non sanno, o non vogliono sapere, di aver a che fare con mafiosi”.
Per le sue inchieste dal 22 dicembre è sotto scorta, entrando a far parte del “club” di Rosaria Capacchione, Lirio Abbate e Roberto Saviano, giornalisti e scrittori minacciati dalla mafia che vivono sotto protezione.
“Non voglio assolutamente essere tacciato come un eroe, mi considero semplicemente un lavoratore che fa il proprio dovere” afferma con forza Giovanni che inizialmente aveva scelto di non svelare la propria condizione per non veder compromessa la sua normalità. Ha pubblicato recentemente “Gotica” un saggio che raccoglie le sue inchieste, continua a scrivere sulla Gazzetta di Modena nonostante la scorta rappresenti un ostacolo nello svolgimento delle sue ricerche. “E’ più complicato incontrare gli imprenditori che ora si mostrano molto più reticenti” chiarisce.
La sua storia è stata raccontata da quotidiani e Tv nazionali come esempio emblematico di una condizione che accomuna tanti giornalisti. “C’è un esercito di giovani privati della dignità che sono pagati 4 euro ad articolo e restano tutt’oggi senza tutele e diritti”. Da qui è nata la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian” promossa dall’associazione antimafia DaSud composta da emigranti calabresi che non si rassegnano a lasciare la propria terra d’origine nelle mani delle cosche. All’iniziativa hanno già aderito diverse realtà associative di operatori dell’informazione precari e sottopagati. “Un giornalista sfruttato non è un giornalista libero” è lo slogan del sit-in davanti a Montecitorio lo scorso 26 gennaio. In questi giorni è stato diffuso il rapporto di “Reporter sans frontieres” 2011-2012 che vede l’Italia al 61° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, undici posizioni in meno rispetto allo scorso anno.
Timido ma tenace, Giovanni non ha paura, sente il calore e la solidarietà delle associazioni e della società civile, va avanti mosso da una sola certezza: “ho fatto tanti sacrifici, non voglio che ancora una volta la mafia decida cosa devo fare”.
Annalisa Ausilio e Mattia Ciampicacigli
