È passato quasi un anno dall’inizio della guerra civile e tre mesi dall’uccisione di Muammar Gheddafi, ma la Libia non è un ancora un Paese pacificato. L’Organizzazione delle Nazioni Unite e le organizzazioni non governative Medici senza frontiere e Amnesty International hanno denunciato in coro gravi torture ai danni di presunti sostenitori del vecchio regime detenuti in carceri illegali.
Secondo il rapporto reso noto il 26 gennaio dall’ong inglese, i volontari hanno riscontrato “visibili segni di maltrattamenti” sui prigionieri delle carceri di Tripoli, Misurata, Gharian, comprese “ferite alla testa e alle braccia”. Tra i detenuti ci sono molti civili. Tutti hanno detto di aver subito ogni tipo di maltrattamento, di essere stati picchiati per ore e sottoposti a elettroshock. Alcuni sono morti a causa delle torture.
Medici senza Frontiere ha annunciato che sospenderà le proprie attività a Misurata, “perché ai detenuti vengono inflitte torture e negato l’accesso a cure mediche di urgenza”. L’ong francese, attiva in Libia dallo scorso febbraio e a Misurata da aprile, ha contato almeno 115 persone con ferite da tortura. Il direttore generale Christopher Stokes ha riferito: “Ci hanno consegnato pazienti provenienti da interrogatori affinché li stabilizzassimo per poterli nuovamente interrogare. Ciò è inaccettabile. Il nostro compito è quello di fornire cure mediche per feriti in guerra e detenuti malati, non di curare ripetutamente gli stessi pazienti per poter essere nuovamente torturati”.
L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha dichiarato al Consiglio di sicurezza che ”la mancanza di controlli da parte delle autorità centrali crea un clima favorevole alle torture e ai maltrattamenti”. Pilay ha inoltre sottolieanto la necessità di porre urgentemente i centri di detenzione, perlopiù illegali, sotto il controllo del Consiglio nazionale di transizione.
Resta da precisare il numero dei detenuti al momento nelle mani dei ribelli. A novembre scorso il segretario generale Onu Ban Ki-moon aveva fornito la stima di 7mila persone circa. L’ambasciatore libico presso le Nazioni unite Abdurrahman Mohamed Shalgham ha parlato al Consiglio di sicurezza di più di 8mila prigionieri, tra cui vi sarebbero anche civili, donne e bambini.
Fin dalla proclamazione della liberazione del Paese a ottobre 2011 la situazione politica è rimasta caotica. Il Cnt è debole e spesso assente, incapace di riportare la legalità, disarmando le milizie che ancora presidiano le principali città libiche e stabilendo un’autorità centrale. La situazione è aggravata dalla libertà di circolazione delle armi tra i combattenti delle diverse brigate. Ne sono prova gli episodi di violenza avvenuti nei giorni scorsi a Tripoli e a Bani Walid., roccaforte dei gheddafiani. Tuttavia la Nato ha escluso un eventuale ritorno in Libia: “Abbiamo condotto con successo l’operazione militare in Libia che è terminata il 31 ottobre. Non abbiamo nessuna intenzione di ritornarci”, ha detto il 26 gennaio il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, in un incontro stampa a Bruxelles.
