Il giornalista ucciso durante
un tour organizzato dal regime


I continui scontri tra il regime e gli oppositori preoccupano la comunità internazionale e Washington ritira alcuni diplomatici. La Russia denuncia la preparazione di una missione militare contro Assad da parte di USA e Turchia.


Era una specie di “visita guidata”, organizzata per i rappresentanti della stampa straniera dai funzionari del Ministero dell’informazione siriano, quella nella quale ha perso la vita il giornalista di France 2 Gilles Jacquier. Un’occasione unica di raggiungere Homs, tra i principali centri delle proteste e chiuso al mondo da quasi un anno, sebbene tramite un vero e proprio percorso “pilotato”.

I reporter infatti sarebbero stati accompagnati a vedere solo quella parte della verità offerta dal regime, tra ospedali zeppi di “martiri” e strade tappezzate da gigantografie del presidente Assad. Fino a poter assistere “in esclusiva” alla sceneggiata di una manifestazione favorevole al governo, benché organizzata dove è odiato più ferocemente.

Il tutto corredato da insistite preghiere di descrivere una città flagellata da gruppi armati ignoti; “Non sappiamo chi spara, non sappiamo perché” avrebbero detto i rappresentanti dell’autorità. Alla verità i cronisti non si sarebbero potuti avvicinare direttamente, ma ne avrebbero addirittura ricevute le immagini preconfezionate su CD, quasi un gadget dell’escursione.

Alle richieste di poter indagare sugli spari, provenienti dalle zone vicine, la risposta degli accompagnatori sarebbe stato un gentile diniego dovuto a ragioni di sicurezza, accompagnato da sorrisi imbarazzati. Le domande sarebbero state permesse solo in quartieri predefiniti; aree prive di posti di blocco e dall’apparenza del tutto normale, tra gli onnipresenti simboli pro-regime.

Su un pulmino di questo “tour filogovernativo” si sono abbattuti i razzi che hanno ucciso Gilles Jacquier, sette siriani e ferito un fotografo olandese. Un indizio della Homs che i fedeli di Assad preferirebbero non mostrare, fatta di ospedali clandestini pieni di bambini e cecchini che sparano su chiunque attraversi le piazze, con gli oppositori costretti a nascondersi e dipinti indistintamente da Damasco come kamikaze o brutali assassini.

La violenza è ormai fuori controllo in Siria e sembra preoccupare sempre di più la comunità internazionale.

Secondo un portavoce dell’iniziativa “Freedom convoy”, centinaia di attivisti siriani provenienti dall’Europa sarebbero sul punto di attraversare il confine dal lato della Turchia, per portare aiuti umanitari e chiedere la fine del bagno di sangue.

Nel frattempo Washington, sempre più inquieta a causa del peggioramento della situazione, starebbe predisponendo una riduzione del proprio personale diplomatico a Damasco. Lo dichiara il Dipartimento di Stato americano.

Solo la Russia sembra restare al fianco di Assad, con il segretario del consiglio di sicurezza Nikolai Patrushev che accusa l’Occidente di voler “punire Damasco non tanto per la repressione dell’opposizione quanto per la riluttanza ad interrompere la sua alleanza con Teheran”. L’ex capo dei servizi segreti ipotizza inoltre l’ormai prossima preparazione di una risoluzione militare sullo stampo di quella attuata contro la Libia di Gheddafi, ma nella quale le forze armate sarebbero fornite principalmente dalla Turchia. “E’ possibile che Washington e Ankara stiano già definendo varie opzioni di no-fly zone”, ha aggiunto.

La cellula di crisi della Lega Araba, secondo alcune fonti vicine all’organizzazione stessa, starebbe discutendo riguardo alla missione degli osservatori in Siria. Al momento risulta infatto sospeso l’invio di ulteriori osservatori, dopo l’abbandono di uno di essi che aveva denunciato la propria impotenza di fronte alle continue violenze nel paese.